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Smontato il nuovo redditometro

Il decreto sul nuovo redditometro non è soltanto illegittimo, ma radicalmente nullo.

E ciò perché, ai sensi dell’articolo 21-septies della legge n.241/1990, è emanato in carenza di potere e difetto assoluto di attribuzione ed è emanato del tutto al di fuori del perimetro designato dalla normativa primaria e della legalità costituzionale e comunitaria.

È sulla base di queste premesse che il tribunale di Napoli, sezione distaccata di Pozzuoli, nell’ambito del procedimento cautelare n. 250/2013, con ordinanza del 21 febbraio 2013 ha inibito all’Agenzia delle entrate, in riferimento al contribuente ricorrente, di «non intraprendere alcuna ricognizione, archiviazione, o comunque attività di conoscenza e utilizzo dei dati relativi a quanto previsto dall’art. 38, 4° e 5° commi, dpr 600/1973 e di cessare, ove iniziata, ogni attività di accesso, analisi, raccolta dati di ogni genere relativi alla posizione del ricorrente».

Secondo il tribunale di Napoli dunque, il decreto attuativo del nuovo redditometro e più in generale lo stesso strumento di accertamento sintetico del reddito delle persone fisiche, così come evolutosi a seguito delle modifiche apportate all’articolo 38 del dpr 600/73 dal dl n. 78/2010, viola la legge, la costituzione italiana e l’ordinamento comunitario e per questi motivi non può essere applicato.

L’ordinanza motiva e argomenta il provvedimento cautelare emesso nei confronti dell’Agenzia delle entrate con ben 11 distinti rilievi (si veda tabella in pagina).

La lettura dei singoli rilievi e dell’ordinanza nel suo complesso evidenziano tutta una serie di violazioni che secondo il tribunale di Napoli rendono impossibile l’attuazione pratica del nuovo strumento di accertamento.

Alcune di queste violazioni riguardano la sfera privata dei diritti soggettivi dell’individuo, apertamente e profondamente violata dal censimento massivo di tutte le spese sostenute dal contribuente e dal suo nucleo familiare.

Altre violazioni ascritte al decreto attuativo sono invece squisitamente processuali come, per esempio, la violazione del diritto di difesa garantito a ogni cittadino dall’articolo 24 della nostra Carta costituzionale.

Altri rilievi sono invece di merito e riguardano la scelta del ministro dell’economia di aver preso a riferimento, quale parametro per l’individuazione delle spese medie delle famiglie italiane i dati contenuti nel programma statistico nazionale elaborato dall’Istat che «nulla ha a che vedere con la specificità della materia tributaria che deve indirizzare la sua indagine alla ricostruzione specifica di individualizzati profili di contribuenti e non già di macrocategorie funzionali ad analisi macroeconomiche e sociologiche».

In più parti il decreto ministeriale del 24 dicembre scorso avrebbe violato, secondo l’ordinanza in commento, anche le stesse disposizioni della norma primaria dalla quale lo stesso trae la sua fonte normativa (articolo 38 del dpr 600/1973).

È il caso dell’assenza di alcuna differenziazione operata dal decreto fra i vari cluster dei contribuenti. Il decreto, si legge nell’ordinanza, opera del tutto autonomamente una differenziazione di tipologie familiari suddivise per cinque aree geografiche ricollocando all’interno di ciascuna delle tipologie familiari figure di contribuenti del tutto diverse fra di loro quali l’operaio, il dirigente, l’impiegato etc.

L’articolo 38, comma quinto, del dpr 600/1973 parla invece di contribuenti che vanno differenziati «anche» in funzione del nucleo familiare e dell’area territoriale di appartenenza, ma non «soltanto» come invece fa il decreto ministeriale.

Anche la formazione di un paniere di beni e servizi rilevanti, così ampio come quello introdotto dal decreto ministeriale, è oggetto di censura esplicita da parte del Tribunale di Napoli.

Così facendo si finisce per prevedere la raccolta e la conservazione non già di questa o quella voce di spesa diverse fra di loro per natura e genere come previsto nello stesso articolo 38, ma bensì di «tutte» le spese poste in essere da ciascun nucleo familiare con la privazione del singolo soggetto del diritto ad avere una propria vita privata, di poter gestire autonomamente il proprio denaro e le proprie risorse. Diritti, questi ultimi, che prevedono una specifica tutela sia nella nostra carta costituzionale agli articoli 2 e 13, sia nella carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea.

Ma secondo il Tribunale di Napoli il decreto violerebbe anche il diritto alla difesa. Il ricorso ai dati medi di spesa desumibili dagli studi dell’Istat rende di fatto impossibile per il contribuente la dimostrazione di aver speso meno o di non aver affatto speso ciò che il dato statistico gli attribuisce. Non si vede, si legge nell’ordinanza, «come si possa provare ciò che non si è fatto, ciò che non si è comprato».

Anche il diritto al contraddittorio, espressamente previsto a pena di nullità dall’articolo 38 del dpr 600/1973, risulta mortificato dal decreto ministeriale del 24 dicembre 2012.

Esso, si legge nell’ordinanza, risulta in gran parte svuotato di effettività poiché si è in presenza, non di un procedimento amministrativo legato al principio di collaborazione fra il cittadino e la pubblica amministrazione, bensì «a un procedimento di tipo eminentemente inquisitorio e sanzionatorio».

I soggetti a confronto, recita ancora l’ordinanza, si trovano in una posizione di fortissima asimmetria in quanto l’Agenzia delle entrate, essendo anche socia della società di riscossione forzata, può godere di poteri inusuali attraverso i quali può incidere o minacciare di incidere, la proprietà privata del contribuente.

Anche la territorialità individuata dal decreto ministeriale è oggetto di specifiche e articolate censure nell’ordinanza del tribunale di Napoli.

La suddivisione del territorio in cinque macroaree finirà per accentuare discriminazioni fra contribuente e contribuente. È evidente, infatti, che all’interno della medesima regione o della medesima provincia, si legge nell’ordinanza, «vi sono fortissime oscillazioni del costo concreto della vita, così come altrettanto forti oscillazioni vi possono essere all’interno di una medesima area metropolitana a seconda del quartiere in cui si vive».

L’errata suddivisione territoriale operata dal decreto può pregiudicare le fasce di popolazione economicamente più deboli a favore di quelle economicamente più forti. Il ricorso ai dati medi infatti, precisa il tribunale, non è altro che la risultante di valori fra di loro opposti, con l’amara conclusione che i contribuenti residenti nelle zone più disagiate di un territorio finiranno per vedersi attribuire un valore medio Istat delle spese più alto di quello reale.

Infine, il risparmio. L’articolo 47 della Costituzione italiana, recita l’ordinanza in commento, incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme. Invece il decreto sul redditometro considera lecito solo il risparmio che risulti compatibile con i criteri di spesa astratti e avulsi dalla realtà dallo stesso individuati con il ricorso a medie Istat e indagini campionarie, finendo per scoraggiare e disincentivare il risparmio stesso.

Si tratta di considerazioni indubbiamente interessanti e giuridicamente apprezzabili che in alcuni casi travalicano i confini dello stesso redditometro spaziando anche verso altri ambiti del diritto tributario.

Molte delle puntualizzazioni contenute nell’ordinanza in commento sono state anche oggetto di riflessione sulle pagine di questo settimanale al punto da non poterle che condividerle, per lo meno nella loro portata generale.

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