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Smart working, tassati i rimborsi a forfait

No all’esenzione fiscale delle somme rimborsate dal datore di lavoro ai propri dipendenti che svolgono attività lavorativa in smart working se basati su criteri forfetari non supportati da elementi e parametri oggettivi. Sì invece alla non concorrenza al reddito di lavoro dipendente dei rimborsi analiticamente determinati da parte del datore di lavoro in relazione ai risparmi di costi aziendali per ciascuna tipologia di spesa considerata. Così l’Agenzia delle Entrate nella risposta a interpello n. 956-632/2021 ad ora non ancora pubblicata.

In sintesi, l’Istante ha chiesto senza successo al Fisco se il rimborso agli smart workers del 30% (percentuale desunta dal rapporto tra otto ore di lavoro e le ventiquattro della giornata) del costo da loro sostenuto e documentato relativamente a connessione internet, utilizzo corrente elettrica, aria condizionata e riscaldamento, potesse essere escluso da imposizione fiscale e contributiva.

Malgrado il ricorso allo smart working sia diventato lo strumento principe per garantire la continuità dell’attività aziendale ed allo stesso tempo tutelare la sicurezza e la salute dei dipendenti in relazione al contenimento del contagio pandemico e che soprattutto si prevede non sarà una meteora, il Legislatore non ha ancora affrontato nel dettaglio tematiche di stretta attualità, come ad esempio il rimborso delle spese sostenute dal lavoratore agile nell’interesse del datore di lavoro, così che per ora all’Agenzia delle Entrate non rimane altro che proporre soluzioni datate (e non più attuabili) e/o particolarmente complesse. Tra le prime, quella della risoluzione 7 dicembre 2007, n. 357/E, in merito al rimborso fiscalmente esente dei costi dei collegamenti telefonici dedicati per raggiungere le risorse informatiche dell’azienda messe a disposizione del datore di lavoro. Tra le seconde, quella proposta dal presente interpello ove, in mancanza di una specifica normativa che preveda un criterio volto a determinare forfettariamente la quota di spese riferibile all’uso nell’interesse del datore di lavoro (come per esempio avviene nell’uso promiscuo di autovetture aziendali), per consentire l’esclusione da imposizione si rende necessario l’adozione di “un criterio analitico che permetta di determinare per ciascuna tipologia di spesa (quali ad esempio l’energia elettrica, la connessione internet ecc.) la quota di costi risparmiati dalla Società che, invece, sono stati sostenuti dal dipendente, in maniera tale da poter considerare la stessa quota (in valore assoluto) di costi rimborsati a tutti i dipendenti riferibili a consumi sostenuti nell’interesse esclusivo del datore di lavoro.”

Insomma, sembra di capire che occorre ragionare all’incontrario, partendo dai costi risparmiati dal datore di lavoro, determinarne il valore assoluto e dividerlo tra gli smart workers a prescindere dalle spese effettivamente sostenute da questi ultimi. Soluzione che lascia più di qualche perplessità e che a maggior ragione richiede l’intervento urgente del Legislatore.

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