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Smart working e salute: ecco i nuovi contratti aziendali

Smart working, salute, nuove relazioni sindacali. Tre temi da considerare non in successione ma sullo stesso piano. C’è un numero che cristallizza la trasformazione del mercato del lavoro in questi mesi e, soprattutto, come questa trasformazione si sia snodata dentro le aziende. Il numero è questo: «Al 1° marzo del 2020 i lavoratori in smart working erano tra 500 e 600mila, in dieci giorni sono diventati quasi 8 milioni (7,3 milioni, a maggio 2021, ndr). Ciò vuol dire che in dieci giorni si è compiuto ciò che, se non ci fosse stata l’urgenza determinata dalla pandemia, avrebbe richiesto un tempo di 368 anni», racconta il sociologo Domenico De Masi. Fondamentale per la gestione di questo impetuoso cambiamento è stata la contrattazione aziendale. Lo spiega uno studio su 326 intese siglate tra aziende e sindacati da marzo a dicembre 2020, realizzato dalla Fondazione Di Vittorio. Si tratta, nel dettaglio, di 215 contratti e di 111 protocolli.

I temi affrontati

Testi che restituiscono lo stato dell’arte della negoziazione di secondo livello e spiegano come: «L’obbligo di mantenimento dei distanziamenti individuali, l’inagibilità di luoghi destinati alla socializzazione, la previsione di ingressi e uscite differenti, hanno ridisegnato lo spazio del lavoro. La ridefinizione di turni e scaglionamenti, l’esplosione dello smart working, hanno modificato il tempo del lavoro e la sua percezione». Il punto di partenza è l’oggettivo monopolio del tema della sicurezza «declinato – si legge – soprattutto sulla questione della prevenzione e delle nuove prerogative assunte dai rappresentanti della sicurezza».

L’urgenza di intervenire ha così attivato il meccanismo più proficuo del dialogo: la bilaterialità. «Più che di bilateralità – chiarisce Tania Scacchetti, segretaria confederale della Cgil per il mercato del Lavoro e per la Contrattazione – diciamo che è cresciuto il ruolo partecipativo dei lavoratori». Ciò è accaduto in particolare per gestire «la crescita esponenziale che ha caratterizzato l’istituto dello smart working, sia per l’ampio ricorso che se ne è fatto, sia per lo sviluppo in termini di regolamentazione». Così, svolgendo una analisi tematica degli accordi, dal rapporto emerge che «oltre il 65% di queste intese tratta temi relativi alle relazioni sindacali», in particolare appunto «riguardanti l’istituzione di commissioni paritetiche». Emerge, ed era prevedibile, il tema della salute, con le misure volte alla prevenzione del rischio contagio (53,4%). Un’altra quota consistente di documenti tratta anche di organizzazione del lavoro (44,2%) – smart working soprattutto – e di orario (34%), con la rimodulazione dei turni al fine di evitare assembramenti. Seguono politiche industriali e crisi aziendali (23%), diritti e prestazioni sociali (13,8), welfare integrativo (8,3), inquadramento e formazione (8%), trattamento economico (7,1) e occupazione e rapporto di lavoro (4,3).

«Questa stagione – dice ancora Tania Scacchetti – ci insegna la adattabilità e la forza della contrattazione, che ha agito sia sul fronte difensivo per quanto riguarda tutti gli aspetti relativi all’applicazione degli ammortizzatori sociali, sia in termini di apporto e partecipazione dei lavoratori. La contrattazione ha mostrato vitalità e adattabilità. Si è accentuato lo spazio di confronto tra le parti. Smart working, Fondo competenze e protocollo sicurezza, sono stati i tre pilastri che hanno dimostrato come la contrattazione integrativa abbia saputo adeguarsi alle esigenze del momento. Si è ridefinito un protagonismo della negoziazione su materie che si erano perse. Alcuni tratti, credo, resteranno strutturali, ad esempio la partecipazione dei lavoratori alla riorganizzazione degli assetti produttivi».

Meglio avere obiettivi comuni

Pierangelo Albini, direttore dell’area Lavoro, welfare e capitale umano di Confindustria, coglie invece il doppio movimento di questi mesi e spiega: «Se il punto è dire che la contrattazione è lo strumento con cui si ottiene qualcosa dalla controparte, ecco, in questo senso possiamo dire che quest’anno ha dimostrato che la contrattazione ha funzionato. La contrattazione cioè – continua – ha attraversato anche questa fase, in cui certo non sono mancate le difficoltà e in cui chi ha dovuto negoziare ha dimostrato di saperlo fare usando, grazie alla tecnologia, strumenti nuovi. Dove è il mio rammarico? Sul fatto che in una circostanza come questa sarebbe stato meglio avere obiettivi comuni, individuando soluzioni comuni per risolvere problemi comuni».

Hanno contato, certo, le reciproche paure: quelle dell’imprenditore che aveva il timore di non farcela e quelle del lavoratore che aveva l’ansia della malattia. Questo, secondo Albini, ha fatto emergere due culture e due atteggiamenti: «Ci sono stati settori che hanno lavorato per andare incontro al futuro e altri in cui non si è riusciti. Adesso serve che la contrattazione che si è alimentata di forza si alimenti di intelligenza. Siamo contenti di essere sopravvissuti. Però è chiaro che abbiamo attraversato una crisi, nel senso etimologico di cambiamento, di transizione che deve portarci oltre le paure».

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