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Slot, poker e prepagate il riciclaggio “creativo” nel mirino di Bankitalia

Gli addetti ai lavori degli sportelli bancari li chiamano «inattesi». Se una pensionata da poche migliaia di euro di reddito annuo inizia a incassare assegni e prelevare contanti, qualcosa non va. Se davanti a un notaio un compratore paga la casa con assegni circolari intestati a terzi, un sospetto deve sorgere. Scostamenti dai comportamenti prevedibili dei clienti che intermediari e professionisti devono segnalare all’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia, che li passa al setaccio e attiva le Autorità competenti.
In queste anomalie si annida il rischio di riciclaggio di denaro. Specialità nella quale il genio italico non perde occasione per dare sfoggio di sé, tenendo il passo dei tempi (e dei controlli) che cambiano. Se dai giri di contante arriva buona parte delle segnalazioni, il malaffare ha spostato il campo di gioco sulle carte prepagate. Gli sceriffi di via Nazionale hanno appurato che un gruppo di società aveva conti correnti che andavano ad alimentare, «con i proventi di un’operatività verosimilmente riconducibile a una frode fiscale», prepagate intestate a collaboratori o dipendenti. Il problema è che da quelle carte si prelevavano contanti da bancomat in una «piazza del sud America implicata nel traffico internazionale di stupefacenti». Alla Giustizia il compito di unire i puntini.
Anche nel bar sotto casa si possono allestire facili lavanderie di denari. Ad esempio sfruttando le videolotterie: il giocatore alle “macchinette” può inserire le banconote e interrompere la sua sessione di puntate. Il credito residuo diventa un ticket stampato dalla Vlt stessa, in tutto e per tutto denaro sonante (si può liquidare con bonifici o assegni circolari): la banconota «sporca» inserita all’inizio si è così pulita. Come sospette sono puntate da migliaia di euro nel poker e in altri giochi online, magari fatte da studenti o pensionati.
Nel catalogo dei Quaderni dell’antiriciclaggio non mancano certo operazioni più sofisticate, dalle false polizze assicurative alle cartolarizzazioni di sofferenze. L’anno scorso, sul tavolo di una ottantina di analisti sono arrivate oltre 100 mila segnalazioni di operazioni sospette. Il 22 per cento in più dell’anno prima e otto volte il livello registrato quando la Uif ha avviato la sua opera, dieci anni fa, ha spiegato il direttore Claudio Clemente. Crescita sulla quale ha pesato la voluntary disclosure, l’emersione dei capitali esteri, da cui sono nate numerose segnalazioni. Nella stragrande maggioranza, gli operatori hanno sentito odore di «rischio riciclaggio», anche se non mancano casi (741, sestuplicati in due anni) legati al sospetto di finanziamento del terrorismo. A finire sotto la lente della Uif è stata una massa di 88 miliardi di euro, che diventano 154 se si considerano le operazioni solo tentate, ha dettagliato il governatore Ignazio Visco alla vigilia dell’entrata in vigore della nuova normativa anti-riciclaggio, che su input europeo stringe le maglie sulla titolarità effettiva di società e trust e sanziona la mancata prevenzione. La crescita delle segnalazioni non è di per sé un «valore», ma «il segno tangibile dell’accresciuta consapevolezza del ruolo» che gli intermediari finanziari devono svolgere, ha rimarcato Clemente. Quel che conta è che il Nucleo speciale di Polizia valutaria abbia ritenuto interessanti per supplementi d’indagine il 70 per cento degli “alert” vagliati.
Definire un identikit dei potenziali riciclatori non è facile: i confini degli illeciti sono labili. Prova ne sono le segnalazioni relative a sospette violazioni delle regole del Fisco, una su tre, dietro le quali si celano disegni più ampi: le false fatturazioni sono solo la punta di un iceberg di usura o estorsione. Per il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan i risultati raggiunti sono «di grande rilievo». Per Clemente, con le nuove regole si può fare di più. A cominciare dalla Pa, che avrebbe molti dati utili alla causa ma resta fuori dall’obbligo di segnalazione.

Raffaele Ricciardi

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