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Slitta il Tfr in busta paga: si comincia da aprile Ecco chi pagherà più tasse

Via libera all’operazione Tfr in busta paga, anche se con un po’ di ritardo sui tempi previsti. Il Decreto del presidente del Consiglio dei ministri che attua la norma della Legge di Stabilità 2015 è stato pubblicato ieri sulla Gazzetta Ufficiale, e tra oggi e domani il Governo e l’associazione delle banche italiane firmeranno la convenzione quadro che consentirà alle imprese più piccole di erogare il Tfr ai dipendenti, compensandolo con un prestito agevolato da parte delle banche.
La prima busta paga pesante, per i lavoratori che opteranno per la liquidazione mensile del trattamento di fine rapporto maturato, sarà quasi certamente quella di aprile. La legge indicava il mese di marzo come data di partenza, ma a questo punto del mese la stragrande maggioranza delle imprese (e sicuramente tutte le più grandi) ha già avviato, se non ultimato, la compilazione delle buste paga del mese in corso.
Nel decreto che sarà pubblicato in Gazzetta c’è anche il fac-simile del modulo con la richiesta che i lavoratori possono presentare all’impresa, ma ormai, dicono i consulenti del lavoro, «non ci sono più i tempi tecnici per la liquidazione del tfr con lo stipendio di marzo». E non è previsto il pagamento degli arretrati. La legge, infatti, prevede che il Tfr sia corrisposto con la busta paga del mese successivo a quello della domanda.
Nelle imprese più piccole, quelle che dovranno ricorrere al credito bancario per poter concedere il Tfr, le attese saranno anche più lunghe. Secondo la legge, infatti, dal momento della richiesta alla liquidazione in busta paga del Tfr in via di maturazione, in questi casi si dovranno attendere tre mesi. Il tempo perché l’azienda definisca con la banca il prestito, che sarà regolato da una convenzione tra l’Abi ed il Tesoro, già definita, e che attende solo la pubblicazione del Decreto in Gazzetta.
Secondo la convenzione, le somme ottenute dalle imprese dovranno essere restituite in unica soluzione, ad un tasso di interesse annuo pari a quello di rivalutazione del Tfr (1,5% più l’inflazione), al termine del periodo di vigenza della misura.
Il Tfr in busta paga è solo “sperimentale” e resterà in vigore per tre anni, da marzo del 2015 a giugno del 2018. L’adesione al regime è volontaria e non è revocabile: se si opta per la busta paga pesante, magari a detrimento della pensione complementare alimentata dal Tfr, non si potrà dunque tornare indietro. E nella scelta bisognerà tener conto anche della componente fiscale. In busta paga il Tfr viene tassato come il reddito da lavoro, quindi con l’aliquota marginale Irpef, mentre se resta nel fondo pensione subisce un prelievo molto più basso, in genere intorno al 23%.
Dal punto di vista fiscale l’operazione conviene dunque solo ai lavoratori i cui redditi subiscono una tassazione effettiva inferiore al 23%, cioè parte di quelli che guadagnano fino a 15 mila euro lordi annui. Poi, più sale il reddito e più il Tfr in busta paga non è conveniente.
Per chi dichiara 50 mila euro annui lordi il Tfr in busta paga (178 euro netti mensili) comporta una maggior tassazione annua di 300 euro, rispetto all’opzione di lasciarlo in azienda o nel fondo pensione. Per chi guadagna 75 mila euro, il Tfr in busta paga (255 euro netti mensili) comporta maggiori tasse annue di 450 euro. Le maggiori imposte arrivano a circa 600 euro l’anno per i redditi intorno ai centomila euro lordi.

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