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Sliding doors Da Bpm a Mps: in 5 anni cambiati venti manager

La grande e insuperata crisi che stiamo vivendo iniziò nel luglio del 2007 sulla Brickell Avenue, downtown Miami, dove i palazzoni vista oceano venivano venduti sulla carta con prestiti senza garanzie reali in contropartita. Erano i mutui subprime . Dopo la nazionalizzazione dell’inglese Northern Rock, la nuova realtà della finanza di carta si manifestò in Italia il 15 settembre 2008, il lunedì del fallimento di Lehman Brothers. Da allora, momento iniziale della nostra osservazione, anche gli istituti di credito italiani hanno dovuto fare i conti con la nuova normalità, fatta di crescita negativa, di denaro a costo (quasi) zero e di un business da ripensare profondamente alla luce delle possibilità offerte dal digitale: meno uomini, più app . Una rivoluzione.

Le poltrone
Il cambiamento non è stato indolore. Le prime otto banche italiane, in questi cinque anni, hanno cambiato venti top manager (li trovate nelle foto a fianco), a cui si aggiungono svariati presidenti. C’è chi ha lasciato per personalissimi motivi (Auletta Armenise) e chi all’improvviso (Cucchiani). Chi dopo una lunga permanenza (è il caso di Alfredo Sanguinetto, fino al 2010 e per 47 anni in Carige), chi sulle note del tango col casqué che si balla alla Popolare di Milano: quattro amministratori delegati in cinque anni (Dalu, Chiesa, Montani e Croff, in attesa del quinto), qualche interim e diversi presidenti (Ponzellini, Bonomi, Annunziata), il tutto per ritornare al punto di partenza. Anzi, per non muoversi da lì, in attesa della prossima assemblea, questa sì, come l’ultima peraltro, davvero risolutiva…
Alla vigilia della crisi le banche italiane misuravano la loro grandezza con il numero degli sportelli su cui articolavano la loro rete di raccolta e di vendita. Una singola agenzia veniva pagata anche 12 milioni di euro. In cinque anni si è passati da una cifra superiore ai 23 miliardi di lire per singola agenzia a zero. Oggi, nel centralissimo corso Buenos Aires a Milano, una delle arterie a maggiore concentrazione commerciale d’Europa, le agenzie bancarie semplicemente si chiudono, gli spazi vengono affittati ad altre attività. Lo stesso accade in ogni città italiana. La banca digitale, sebbene frenata da un gap tecnologico legato da una parte all’età degli utilizzatori e dall’altro alla carenza di infrastrutture – su tutte la modesta diffusione della banda larga – rappresenta il futuro verso il quale il settore creditizio cerca di convergere. Per ora, paventando decine di migliaia di eccedenze sul versante dei lavoratori, domani individuando un modello di servizio i cui profili di redditività non sono ancora del tutto delineati.
Nuovi «business»
Le banche italiane in questi cinque anni sono cambiate non solo nel volto del capo azienda, ma anche nel modo in cui stanno perseguendo il loro fine. Molte agenzie sono state chiuse, si sono asciugati gli organici, si è rivista la governance in alcuni casi ridondante. Il posto in un consiglio di amministrazione è stato per anni la moneta con cui si è pagata la pace sociale interna, con cui si è data rappresentanza a istituti di credito acquisiti, nell’ambito di realtà cresciute velocemente per aggregazioni di banche talvolta lontane e concorrenti. Il Banco Popolare per mano di Pier Francesco Saviotti è stato probabilmente il primo e il più deciso nell’operare in questo senso. La pletora di rappresentanti legati ai territori della Popolare di Verona, della Popolare di Novara, della Popolare di Lodi e di altri più piccoli istituti aveva portato alla creazione di centinaia di poltrone di comoda rappresentanza, che Saviotti ha potuto tagliare con l’alibi della crisi.
Sulla stessa strada è di recente pervenuta la Popolare dell’Emilia-Romagna (Bper), che ha chiuso la recente trimestrale al 30 settembre con 964 milioni di interessi netti (-1,69 per cento) e che lo scorso 30 ottobre ha approvato un progetto strategico di semplificazione e razionalizzazione organizzativa che prevede la confluenza nella capogruppo di tutte le banche aventi sede legale in Italia. Un progetto che si realizzerà entro il primo semestre del 2015 e che integra il percorso già avviato con Meliorbanca e tre controllate nel Centro Italia. Sulla medesima strada si muovono altri istituti: Carige deve decidere cosa fare di Carige Italia, ad esempio, ovvero della rete di sportelli controllati al di fuori della Liguria. Ma oltre che nelle scelte operative, sono cambiati i perimetri di interesse.
Sul lato del venditore
Le grandi banche italiane, in questi anni, venuta meno la redditività dei consueti canali di business , si sono poste sul lato del venditore. Unicredit, la più grande banca italiana, ha venduto (perdendo) la propria controllata in Kazakistan e ha limato – mantenendone la maggioranza assoluta – la propria quota in Pekao, prima banca di Polonia e tra le più redditizie del gruppo. Ma stanno cambiando anche gli equilibri interni al sistema economico italiano: Intesa Sanpaolo un paio di settimane fa ha annunciato l’intenzione di mettere in vendita l’1,3 per cento delle Assicurazioni Generali. Mediobanca, per voce del suo amministratore delegato Alberto Nagel, già prima dell’estate si è interrogata pubblicamente sull’esistenza di un «sistema» Italia che non sembra più essere evidente. Il Monte dei Paschi venderebbe tutto, anche se stesso, se solo trovasse un investitore da coinvolgere nella fase di amplissima ristrutturazione che Viola e Profumo stanno faticosamente portando avanti…
Cinque anni dopo, le banche italiane sono al dunque. Oggi Mario Draghi indicherà loro la strada per i prossimi tredici mesi, dopo di che dovranno farsi trovare pronte al via dell’Unione Bancaria. Per alcune servono capitali, per tutte idee di sviluppo. La crisi ha spazzato le antiche certezze: un nuovo processo di consolidamento del settore viene indicato come ormai prossimo. Se oggi in 15 saliranno l’Eurotower di Francoforte il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, ha ben chiara davanti una realtà molto più diffusa ed estremamente complessa. Saranno tredici mesi di attraversamento del deserto non solo per Unicredit, Intesa e le altre big , ma per tutto il settore.
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