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Sistema casa, produzione in caduta libera

Tutta colpa della casa. Dalle piastrelle ai rubinetti, dalle lavatrici ai mobili, dagli infissi ai cancelli: è pesante il crollo, sul mercato domestico, della lunga catena del manifatturiero legata alle sorti della casa.
Due i dati di partenza: le transazioni residenziali, che nel 2012 sono stimate dall’Agenzia del Territorio a quota 460mila contro le 603mila del 2011; e i permessi di nuove costruzioni, crollati dai quasi 18 milioni del 2007 a circa gli 8 milioni del 2011. Da questi numeri è partito l’effetto domino che, in cinque anni, ha rappresentato il 10% della flessione del manifatturiero italiano.
Come si legge dall’Analisi dei Settori Industriali di Prometeia-Intesa Sanpaolo «gli investimenti in costruzioni, nell’ultimo quinquennio, hanno evidenziato una flessione cumulata nell’ordine del 23% (si veda grafico in pagina). Particolarmente colpita la voce delle nuove costruzioni residenziali, mentre unico settore in controtendenza, anche grazie alla presenza di incentivi, è stato quello delle ristrutturazioni, arrivato a rappresentare oltre un terzo dell’intera attività delle costruzioni e del genio civile in Italia».
«Bisogna tornare a investire nel campo delle costruzioni – spiega Luca Turri, vice presidente di Federcostruzioni e Ucomesa, Unione Costruttori macchine edili, stradali, minerarie ed affini – perché l’effetto leva sull’occupazione è straordinario. Ogni miliardo di fatturato del settore, infatti, genera circa 10mila posti di lavoro – di cui 6mila nelle costruzioni e 4mila nell’indotto – più altri 7mila posti generati dal moltiplicatore delle famiglie, cioè dalle conseguenze della maggiore capacità di acquisto dei familiari di chi lavora nel settore. L’effetto della crisi dell’edilizia, al contrario, è devastante: nel 2012, per esempio, il cemento ha perso il 22%, il calcestruzzo il 45%, la progettazione il 20% registrando il dato peggiore dal 1999». E la lista è molto più lunga (si veda infografica): si va dalla flessione di circa il 20% del macro sistema dell’arredamento, all’11,5% degli apparecchi domestici.
Pesante anche la caduta dellla ceramica. «Il mercato italiano – spiega Franco Manfredini, presidente di Confindustria Ceramica – pesa solo per il 20% della produzione nazionale perché il settore è molto orientato all’estero. Le nostre imprese, però, pagano le conseguenze di costi energetici superiori del 30% rispetto ai competitor europei, e questo in un settore dove l’energia rappresenta un terzo del costo industriale. In più, le politiche di incentivazione alle energie rinnovabili, in Italia, sono state fatte male e le forme di incentivazione del 50 e 55%, che dovrebbero essere strutturali, sono temporanee. Insomma nel Paese manca un Piano Casa che faccia ripartire l’economia».
Le proposte che arrivano dagli operatori del settore per rilanciare la lunga catena legata all’edilizia sono molte. «Il prossimo governo – spiega Sandro Bonomi, presidente di Anima, la Federazione delle associazioni nazionali dell’industria meccanica varia ed affine – dovrebbe creare facilitazioni per le nuove assunzioni, non solo di giovani, ma anche di persone di tutte le età, oggi senza occupazione per colpa della crisi. I benefici fiscali, poi, dovrebbero avere, per l’assunzione di giovani, una lunga durata, come succede per gli apprendisti. Ma soprattutto la politica dovrebbe mantenere ciò che promette e promettere ciò che è realizzabile per ripristinare un clima di fiducia generale, ormai perso».
«Per invertire il trend – conclude invece Turri – è necessario che la Pubblica amministrazione paghi il suo debito con le imprese (19 mld con le costruzioni e 10 con l’indotto); che si lavori a un Piano città portando avanti i 450 progetti già elaborati, a un Piano per il dissesto geologico e sismico e a un Piano di risparmio energetico. Obiettivi per i quali si dovrebbe “ammorbidire” il patto di stabilità».

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