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Sindaco disattento: paga

Rispondono di bancarotta fraudolenta i sindaci, in virtù di deficit sulla vigilanza, tollerano i falsi in bilancio della spa in evidente dissesto finanziario. Il giro di vite arriva dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 52433 del 16 novembre 2017, ha respinto il ricorso di due manager accusati di non aver adeguatamente controllato le operazioni degli amministratori dell’azienda poi fallita. Fra gli illeciti commessi dagli imprenditori alcuni falsi in bilancio. Falsi sui quali i sindaci avrebbero dovuto vigilare con maggiore attenzione, pena la condanna per bancarotta.

Infatti, hanno spiegato i Supremi giudici, le ipotesi di causazione dolosa del fallimento e di fallimento determinato da operazioni dolose vanno tenute distinte e non sono assimilabili. Infatti, la causazione dolosa del fallimento, prevista dall’art. 223, della legge fallimentare, comprende due ipotesi autonome che, dal punto di vista oggettivo, non presentano sostanziali differenze, mentre da quello soggettivo vanno tenute distinte perché, nella causazione dolosa del fallimento, questo è voluto specificamente, mentre nel fallimento conseguente ad operazioni dolose, esso è solo l’effetto, dal punto di vista della causalità materiale, di una condotta volontaria, ma non intenzionalmente diretta a produrre il dissesto fallimentare, anche se il soggetto attivo dell’operazione ha accettato il rischio dello stesso. La prima fattispecie è, dunque, a dolo specifico, mentre la seconda è a dolo generico. In poche parole, ecco un altro passaggio chiave delle motivazioni, in tema di bancarotta fraudolenta, le operazioni dolose sancite dal secondo comma dell’articolo 223 della legge fallimentare attengono alla commissione di abusi di gestione o di infedeltà ai doveri imposti dalla legge all’organo amministrativo nell’esercizio della carica ricoperta, ovvero ad atti intrinsecamente pericolosi per la salute economico-finanziaria dell’impresa e postulano una modalità di pregiudizio patrimoniale discendente non già direttamente dall’azione dannosa del soggetto attivo, bensì da un fatto di maggiore complessità strutturale riscontrabile in qualsiasi iniziativa societaria implicante un procedimento o, comunque, una pluralità di atti coordinati all’esito divisato.

Debora Alberici

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