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Siena, il Monte che annaspa tra assemblea disertata e la grande fuga dei clienti

Ionesco in banca: a Siena. L’ultima assemblea di Mps pare una pièce di teatro dell’assurdo in cui quasi tutti gli attori vanno in dissolvenza, mentre il demiurgo (lo Stato) attende il turno tra riunioni seganervi a Bruxelles e telefonate con Berlino e Francoforte.
Nell’attesa che la rinazionalizzazione della banca si compia, ieri l’assemblea chiamata ad abbattere il capitale per le perdite 2016 – altri 3,34 miliardi – non si è formata, avendo mancato il quorum minimo del 20%. Era presente un 16,3% del capitale: metà dei fondi, poi Tesoro (4%), i partner francesi di Axa (3,17%) e pochi aficionados locali. Così non si è deliberato l’ennesimo stralcio di patrimonio. Lo scorso novembre il quorum si formò per poco (22%), grazie alla sollecitazione di deleghe planetaria fatta da Morrow Sodali affinché si potesse votare la ricapitalizzazione “di mercato” (poi fallita). Stavolta sembra che il mancato quorum sia una mezza strategia: così il cda della banca convocherà un’altra assemblea, si prenderà tempo, e le istituzioni europee potranno sbloccare i miliardi stanziati dal Tesoro a dicembre: si spera per giugno.
Monte dei Paschi, la banca più antica del mondo che non c‘è più. Quella nuova, rinazionalizzata in base all’articolo 32 che attenua le regole del bail in, annaspa tra iter comunitari e manuali di vigilanza unica. Un progetto titanico con gambe di sedano, minato da eccezioni e sospetti: è «il bello di non avere scadenze», trillava giorni fa la commissaria antitrust Margrethe Vestager. Come non fosse una scadenza quotidiana il ritmo degli euro che scappano dalle agenzie: 28 miliardi nel 2016, a intermittenze da gennaio. «Coi primi segnali positivi sulla raccolta e l’emissione di 11 miliardi di bond siamo rientrati nei parametri della vigilanza – ha detto l’ad Marco Morelli – ma recuperare quanto perso l’anno scorso prevede tempi lunghissimi». I nuovi bond, poi, esistono grazie alla garanzia statale, mentre la fuga dei clienti inquieti riduce le speranze di futuro autonomo, per Siena e per altri istituti in cura tra Bruxelles e Francoforte.
La grande ironia è che questo spettacolo s’insceni nella fortezza di pietra che per secoli ha blindato il Monte, e nella paranoia difensiva di “quota 51%” in banca ha bruciato anche il patrimonio della Fondazione padrona. Oggi però i locali, forti dello 0,1% rimasto all’ente in Mps, non temono lo Stato banchiere. Con la politica hanno uso – non da secoli ma da anni – e la sperano più clemente dei soci privati, dimenticando che le norme prevedono un intervento statale limitato a 2-3 anni. «Sono qui perché spero che si stia delineando un nuovo inizio», dice il sindaco Pd di Siena Bruno Valentini entrando all’assemblea dei soci. Valentini, ex dipendente Mps, ipotizza «l’ingresso dello Stato per un periodo temporaneo ma molto lungo», e già chiede «che sia mantenuto questo rapporto con Siena, la direzione generale e che non sia ridotto il personale di troppe unità». Fuori dalle recite invece molti protagonisti veri del dossier sanno di non sapere. Dei costi sociali dell’ennesimo riassetto, che avrà più dei 5 mila esuberi previsti dal piano autunnale di Morelli (ieri profeta di sventura: «Siamo presi tra due regolatori e il Tesoro azionista, il piano prevederà dinamiche di crescita di impieghi e raccolta, di gestione costi e di ritorno al reddito diversi rispetto al precedente»); di come lo Stato si farà banchiere; del modello da adottare; di come e a chi vendere poi. La nuova gestione in sette mesi di lavoro non ha evitato lo stallo in cui Mps giace dal 5 dicembre, quando cascò il governo di Renzi e i piani privati di salvataggio. Le azioni dal 23 dicembre sono sospese sine die in Borsa. «Mio compito è trovare un equilibrio che tenga conto di ogni istanza ma al contempo consenta a Mps di riprendere il cammino », dice Morelli. Sarà un’impresa, se a Siena – o nelle due venete – per arginare crisi e perdite si “tagliano”, oltre a costi e filiali, anche la fiducia dei clienti e le fabbriche prodotto che con i tassi a zero formano la sola fonte di ricavo oggi. Alessandro Penati, economista-gestore che da un anno si danna sul triangolo Siena- Vicenza-Montebelluna, pensa a una banca “modello Amazon”, supermarket che smisti prodotti e pagamenti in modo elettronico. Ma il rischio è che le banche di Stato, a cura terminata, somiglino alle 4 good bank, monconi ripuliti incapaci di fare utili a meno che un rivale le incorpori a poco prezzo.

Andrea Greco

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