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Sicilia: i mille volti di Trinacria. Crescita possibile

Il recente rapporto della Banca d’Italia sull’economia della Sicilia del 2018 restituisce l’immagine di una regione che, nonostante gli sforzi profusi, stenta ancora a imboccare la via dello sviluppo, sebbene possieda risorse uniche, rare e di valore, fattori fondamentali per alimentare un vantaggio competitivo, sostenibile nel tempo. Il riferimento alla sostenibilità impone alcune considerazioni sulle dinamiche di mercato.

La prima: la competizione riguarda i territori e non le singole imprese. Il vantaggio comparato dei territori chiama in causa il ruolo degli ecosistemi imprenditoriali. Lungi dall’imitare modelli di successo (Silicon Valley, Berlino, Singapore), va in ogni caso riconosciuto il fatto che l’innovazione sia un processo collettivo, che richiede la collaborazione tra imprese, ricerca, finanza e pubblica amministrazione. La qualità di tali relazioni incide sulle performance innovative. Un esempio per tutti. Dall’entrata in vigore del decreto legislativo 179/2012, la Sicilia accoglie 484 startup innovative (il 4,8% su un totale di 10.075), molte delle quali insediate tra Palermo (161) e Catania (123). La Lombardia si attesta al primo posto (2.543 il 25% del totale) mentre la Campania accoglie 788 startup (il 7,8%), a testimonianza anche della rilevanza della sinergia tra player internazionali e università (si veda l’esempio di Apple Academy presso l’università Federico II di Napoli).

Oltre alle sinergie con la ricerca, la competitività di un territorio richiede infrastrutture, accessibilità al mercato dei capitali, efficienza del mercato del lavoro, semplificazione amministrativa. Anche su questi aspetti, la Sicilia non gode di un buon posizionamento. In attesa della pubblicazione da parte della Commissione europea dell’European Regional Competitiveness Index 2019, è bene ricordare che nell’ultimo rapporto del 2016 la Sicilia occupava la 237esima posizione su 263 regioni, con un costante gap rispetto alla media nazionale.

Infine, una considerazione sulla managerialità delle imprese siciliane. Al di là delle condizioni di contesto, fare innovazione significa, per le imprese, governare due processi distinti: la creazione del valore e l’appropriazione del valore. Creare valore significa innovare, coniugando qualità e costi, pena la sopravvivenza dell’impresa. In merito, le competenze digitali sono cruciali perché consentono di abbattere i costi per investimenti, i costi operativi fino al 30% (rapporto The future of jobs 2018 del Wef). Appropriarsi del valore richiede, per contro, la capacità di spingersi negli stadi più a valle della filiera, andando incontro ai clienti finali. Sul piano concreto, significa avviare percorsi di internazionalizzazione con l’export, investimenti diretti all’estero, sviluppo di reti commerciali.

La sfida

Le imprese siciliane sono pronte a raccogliere tale sfida? Analizzando i principali indicatori, è possibile individuare un campione di imprese hi growth, che mostra una notevole capacità di crescita, di incremento della redditività operativa anche nelle fasi più avverse del ciclo economico. Molte di queste presentano anche indicatori finanziari positivi, a riprova del fatto che sono capaci di generare liquidità e si caratterizzano per una maggiore propensione all’internazionalizzazione. Alcune di queste imprese operano nei settori del turismo, del food beverage di qualità e stanno tentando di avviare il percorso «esperienziale» del Made in Sicily, enfatizzando la storia e la cultura dell’isola. In generale, sono aziende che restituiscono l’immagine di una terra tutt’altro che rassegnata e dolente, ma che, piuttosto, si propone di ridefinire le categorie dell’innovazione e del consumo.

Chiaramente, da sole, queste imprese non possono colmare i divari economici rispetto al resto del Paese, ma ci ricordano che le Sicilie sono tante e non finiremo di contarle, così come amava dire Gesualdo Bufalino. Sono esperienze che indicano una rotta, un’idea di futuro basato sulle risorse locali uniche, idiosincratiche, spesso dimenticate, che consentono di sperimentare nuovi modelli di business sostenibili (tessuti funzionali, estratti nutraceutici, prodotti biologici, energie rinnovabili).

Sono proprio quelle imprese che consentono di stimare una crescita del Pil del 2,2% nel prossimo triennio, così come contenuto nel Documento di economia e finanza regionale 2020-2022, e sono quelle imprese per le quali è bene che si parli del potere delle idee e non dell’idea di potere, se si vuole contrastare la fuga dei giovani e creare opportunità di lavoro.

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