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Si spegne «Afo4», l’ultimo altoforno Lucchini

PIOMBINO — Sembra fantascienza, invece è il racconto realistico e impietoso della «maledetta fermata», lo stop mai avvenuto prima dell’altoforno delle Acciaierie Lucchini, nome in codice Afo 4 appunto, il simbolo della città dell’acciaio, Piombino, e del suo comprensorio, secondo polo siderurgico d’Italia. È l’epilogo di una vertenza durata anni, la storia di un’industria una volta simbolo dell’aristocrazia operaia, passata da più mani (Ilva, Lucchini) e da molte promesse: quella russa, rivelatasi poi fallimentare della Severstal e infine quella araba del presunto magnate giordano Khaled al Habahbeh, sorriso smagliante, promesse d’investimento da capogiro (sino a 3 miliardi) al centro di un’indagine della procura per falso e turbativa d’asta. I 2350 operai andranno avanti per un anno grazie a un contratto di solidarietà strappato al ministero dello Sviluppo, gli altri quasi duemila dell’indotto finiranno in cassa integrazione. Sul futuro, però, non c’è certezza. Afo4 sarà «caricato in bianco», ovvero addormentato. «Ma se non sarà risvegliato entro un mese morirà e dovrà essere sostituito con costi enormi», dice il sindaco di Piombino Gianni Anselmi. Non era mai accaduto nella storia quasi bicentenaria della «grande ciminiera». Una lenta eutanasia che avrebbe risvolti imprevedibili. «Paragonabili per Piombino e la Val di Cornia a un disastro naturale — continua Anselmi —. Il gettito fiscale si ridurrebbe drasticamente, gli aiuti sociali salirebbero vertiginosamente». I rimedi? Il primo sarebbe quello di avere il relitto della Concordia, un centinaio di milioni attesi come l’ossigeno. «E poi iniziare un lavoro costante di smantellamento di navi militari e civili». E la vecchia Lucchini? E l’acciaio del romanzo di Silvia Avallone e della Bella Vita, il film di Paolo Virzì? «Stiamo lavorando all’accordo di programma che dovrà essere pronto prima del 30 aprile, l’ultimo giorno delle manifestazioni d’interesse», dice Luciano Gabrielli, segretario della Fiom.

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