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Si sfugge dalla rete di Google

Sfuggire alla rete di Google si può. La Corte di giustizia europea e il Garante della privacy stoppano i risultati delle ricerche, che, a richiesta dell’interessato, possono essere oscurati, in nome del diritto all’oblio. Questo salvo che il diritto alla corretta informazione non prevalga.

Con alcuni provvedimenti (per esempio n. 501 del 6 novembre 2014, 581 dell’11 dicembre 2014) il Garante della privacy ha applicato la sentenza della Corte di giustizia europea del 13 maggio 2014, resa nella causa C-131/12 e ha imposto di eliminare il link, sancendo la prevalenza del diritto a essere dimenticati.

La decisione della Corte europea ha fatto da spartiacque, incentivando gli interessati a rivolgersi ai garanti della privacy nazionali per avere soddisfazione.

I principi della sentenza sono chiari: i risultati di Google sono un autonomo trattamento di dati; c’è il diritto dell’interessato alla cancellazione; va, però, considerato il diritto di informazione, in base all’interesse pubblico alla conoscenza, in particolare, a seconda del ruolo che riveste l’interessato nella vita pubblica.

Quindi in alcuni casi è stata accolta la richiesta di cancellazione e in altri, invece, il link è stato salvato. Bisogna, infatti, valutare di volta in volta vari elementi quali, oltre l’interesse pubblico a conoscere la notizia, il tempo trascorso dall’avvenimento, l’accuratezza della notizia e la rilevanza della stessa nell’ambito professionale di appartenenza.

Il Garante italiano ha affrontato nove casi: in sette non ha accolto la richiesta degli interessati, ritenendo prevalente l’interesse pubblico ad accedere alle informazioni. Si è trattato di vicende processuali troppo recenti e riferiti a processi in corso.

In due casi, invece, la richiesta è stata accolta: perché le informazioni erano eccedenti e riferite anche a persone estranee alla vicenda giudiziaria narrata; perché il contesto era lesivo della dignità. Il Garante ha quindi prescritto a Google di deindicizzare le url illegittime.

La sentenza della Corte Ue. Il diritto all’oblio consiste nel potere a disposizione dell’interessato di interrompere la diffusione dei propri dati in rete.

La sentenza della Corte di giustizia europea, del 13 maggio 2014, resa nella causa C 131/12 ha affermato il diritto dell’interessato di chiedere al motore generale di ricerca di cancellare i collegamenti risultanti dalle risposte, anche quando il documento richiamato non viola la privacy.

Il motore di ricerca è stato ritenuto responsabile della cancellazione dei link, frutto della indicizzazione e memorizzazione delle pagine Internet, salva la valutazione di prevalente pubblico interesse del collegamento, come nel caso del ruolo pubblico della persona cui si riferiscono le informazioni,

La Corte di giustizia ha rilevato che l’attività del motore di ricerca (nel caso specifico Google) ha una sua rilevanza autonoma: localizzare le informazioni pubblicate o messe in rete da terzi, indicizzarle in maniera automatica, memorizzarle temporaneamente e metterle a disposizione degli utenti di Internet secondo un determinato ordine di preferenza sono operazioni che di per sé costituiscono un trattamento dei dati personali.

Ovviamente gli interessati possono agire in parallelo per ottenere dagli editori di siti web la cancellazione delle informazioni che le riguardano, ma questa non è una condizione per ottenere la cancellazione dei link da parte di Google.

Dopo la sentenza citata i garanti europei della privacy hanno deciso di elaborare criteri comuni per gestire i ricorsi e i reclami presentati da utenti che si sono visti opporre un rifiuto da Google.

Le autorità garanti nazionali, inoltre, hanno concordato di costituire una rete di «punti di contatto» per scambiare rapidamente informazioni, e creare una tool box di criteri comuni per garantire un approccio coordinato nella gestione dei ricorsi e reclami presentati da utenti non soddisfatti della risposta fornita dai motori di ricerca.

Come fare per deindicizzare un link. L’interessato deve rivolgere una richiesta a Google. Se non ottiene risposta favorevole potrà presentare un reclamo al Garante della privacy (articolo 142 del codice della privacy). Il Garante esaminerà il reclamo e se sussistono i presupposti per adottare un provvedimento può prescrivere al titolare le misure opportune o necessarie per rendere il trattamento conforme alla legge e può anche disporre il blocco o vietare, in tutto o in parte, il trattamento, può vietare il trattamento di dati relativi a singoli soggetti o a categorie di soggetti. Per effetto della sentenza europea, dunque, i garanti della privacy possono ordinare al gestore del motore di ricerca di sopprimere, dall’elenco di risultati che appare a seguito di una ricerca effettuata a partire dal nome di una persona, dei link verso pagine web pubblicate da terzi e contenenti informazioni relative a tale persona. Questo anche se le informazioni vengono legittimamente mantenute sul sito web di riferimento. A questo scopo, le Autorità hanno creato un database condiviso delle decisioni assunte man mano su questi ricorsi e reclami, e hanno messo a punto uno schema di analisi di tali decisioni, in cui sono evidenziate le analogie o le differenze nelle valutazioni volta per volta effettuate, soprattutto rispetto a casi particolarmente complessi o caratterizzati da elementi di novità. In caso di inosservanza dei provvedimenti assunti dal Garante italiano, si applica una sanzione penale (articolo 170 del Codice e cioè reclusione da tre mesi a due anni), oltre una sanzione amministrativa di cui all’articolo 162, comma 2-ter, del Codice (da 30 mila euro a 180 mila euro).

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