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Si ritorna al falso in bilancio

Torna il reato di falso in bilancio: per chi commette frodi contabili nelle società quotate in borsa la pena massima arriverà, infatti, fino a 8 anni. E non avrà «sconti» chi, alla sbarra per episodi di corruzione nei confronti della pubblica amministrazione, non restituirà tutto quanto rubato («conditio sine qua non» per accedere al patteggiamento), mentre i pubblici ufficiali che hanno favorito gli illeciti rischieranno la reclusione da 6 a 10 anni (invece che dagli attuali 4 e 8).

L’Aula del senato ha acceso ieri il primo semaforo verde sul disegno di legge 19, presentato da Pietro Grasso (prima di diventare presidente di palazzo Madama) nel marzo del 2013, con l’obiettivo di contrastare i fenomeni corruttivi, attraverso un «giro di vite» esteso, durante l’esame parlamentare, anche alle organizzazioni mafiose e ripristinando nel nostro ordinamento il reato di false comunicazioni sociali; il provvedimento, approvato con 135 sì (Pd e Ap), 74 no (M5s, Fi e Gal) e 13 astenuti (Lega), è passato adesso al vaglio dei deputati. Un inasprimento, come detto, che incide su diverse fattispecie: la corruzione per induzione prevederà una pena minima di 6 anni e una massima di 10 anni e 6 mesi (attualmente va da 3 a 8 anni), per quella in atti giudiziari si rischieranno non più da 4 a 10 anni di reclusione, bensì da 6 e 12. Stretta pure per i pubblici ufficiali corrotti: la pena andrà dai 6 ai 10 anni (con un innalzamento di 2 anni sia per la minima, sia per la massima), stringendo così il cerchio attorno al funzionario che, si legge nel testo, ha scelto di «omettere o ritardare o aver omesso o ritardato un atto del suo ufficio», realizzando così un «atto contrario ai doveri di ufficio», e ricevendo, «per sé o per un terzo, denaro od altra utilità», o accettandone «la promessa». Appropriarsi, poi, di denaro «o di altra cosa mobile altrui» nell’esercizio delle proprie funzioni, macchiandosi cioè del reato di peculato, costerà al funzionario pubblico 10 anni e 6 mesi (la pena massima). Fra le novità introdotte dai senatori anche il patteggiamento (il rito alternativo che apre la strada a una diminuzione della pena prevista) «condizionato»: difatti, per i reati di concussione, corruzione per l’esercizio della funzione, in atti giudiziari, induzione indebita e peculato questa possibilità sarà permessa alla persona sotto processo esclusivamente in cambio della alla restituzione «integrale» del prezzo, o del profitto del reato. Nessuna agevolazione, dunque, finché il «maltolto» non sarà riconsegnato. E scatterà anche l’obbligo della «riparazione pecuniaria» per chi ha compiuto reati contro la pubblica amministrazione visto che, recita il provvedimento, bisognerà effettuare il «pagamento di una somma pari all’ammontare di quanto indebitamente ricevuto dal pubblico ufficiale, o dall’incaricato di un pubblico servizio a titolo di» risarcimento in favore dell’organismo «cui il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio appartiene». Guanto di velluto, come aveva annunciato mesi fa il ministro della giustizia Andrea Orlando (che ieri ha espresso soddisfazione per aver centrato un «traguardo non scontato») per chi, corrotto, sceglierà di collaborare con la giustizia, poiché la pena scenderà, secondo l’ultima versione varata, da un terzo a due terzi. Ai condannati, inoltre, verranno sbarrate le porte per 5 anni degli appalti nella p.a. e l’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione, potrà esercitare «la vigilanza e il controllo sui contratti degli appalti» segretati, per prevenire illeciti. Con il ddl viene rivista al rialzo anche la condanna cui andranno incontro coloro che saranno ritenuti responsabili di associazione mafiosa, giacché si potrà arrivare fino a 26 anni nel caso dei «boss», e saranno più severamente sanzionati i membri delle organizzazioni armate, mediante la reclusione da 12 a 20 anni (e non più da 9 a 15 anni). Quanto, infine, alle nuove norme sul falso in bilancio (esaltate pure dal premier Matteo Renzi, che ha evidenziato come questa sia la «volta buona» per combattere la corruzione), sono state illustrate dal relatore Nico D’Ascola (Ap) ieri in Assemblea, che ha replicato alle contestazioni di Fi, partito che ha visto respingere tutti i suoi emendamenti. Il testo ha stabilito la differenziazione fra società quotate in borsa e «fuori listino»: per le prime si rischierà il carcere da 3 a 8 anni, per le seconde da uno a 5 anni. E saranno salate le sanzioni pecuniarie, che potranno arrivare fino ad un massimo di 600 quote.

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