Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Si riapre la partita per il Made in

MILANO
Il dossier “Made in”? Senza la Gran Bretagna la strada potrebbe trasformarsi, inaspettatamente, in discesa.
Forse è presto per dirlo, ma con l’uscita del Regno Unito dal perimetro dell’Unione, per la norma incagliata da oltre un anno – con cui si chiede di rendere obbligatoria l’etichettatura “Made in Ue” o “Made in Italy” dei prodotti (non alimentari nè farmaceutici) in circolazione in Europa o destinati all’export – il gioco dei veti incrociati potrebbe disinnescarsi.
La questione è tutt’ora paralizzata. Da un lato, gli Stati della manifattura e dei marchi prestigiosi (Italia, Francia e Spagna) che quotidianamente combattono contro la loro falsificazione e che trarrebbero, da una valorizzazione del Paese in etichetta, un “upgrade” di qualità e reputazione sui mercati internazionali.
Dall’altro, da sempre, un asse anglo-tedesco (con alcuni Paesi minori) costituito sia da Stati membri a vocazione terziaria e finanziaria (poco o per nulla manifatturieri). E da una Germania che ha fortemente delocalizzato verso l’Asia le proprie catene produttive e di approvvigionamento e che verrebbe “penalizzata” dal non poter rispettare le regole del “Made in Deutschland”.
«L’uscita della Gran Bretagna dalla Ue – aveva detto, nei giorni scorsi, Claudio Marenzi, di Sistema Moda Italia – ci fa perdere un avversario che ha osteggiato la nostra industria: dal riconoscimento dello status di economia di mercato alla Cina, fino al Made In»
Anche se Londra non ha ancora compiuto passi ufficiali, è chiaro che su tutti i diversi dossier la sua posizione si va indebolendo.
«A questo punto – spiega Lisa Ferrarini, vicepresidente di Confindustria con delega sull’Europa – guardando anche alle tensioni che in questi anni hanno contrapposto il sud e il nord dell’Europa, potrebbe essere un gesto distensivo – da parte della Germania – quello di riconoscere alla manifattura, soprattutto italiana e francese (ma complessivamente sono 13 i Paesi membri che la vogliono), un elemento che ne premia il valore e la qualità sui mercati esteri. Come è stata riconosciuta, poche settimane fa, l’etichettatura sui latticini, da tempo chiesta dalla sola Francia, non vedo perchè non possa essere accolta anche per i prodotti non alimentari che interessano segmenti ben più ampi».
Per cercare di disincagliare la proposta di regolamento sulla tutela dei consumatori – al cui interno c’è l’articolo 7 che prevede, appunto, il “Made in” , peraltro votata a larghissima maggioranza dell’Europarlamento a Strasburgo – oltre un anno fa (era metà maggio 2015) la Commissione Ue aveva proposto una mediazione. Sulla base di uno studio di impatto sui costi/benefici del “Made In”, voluto proprio dai Paesi più riluttanti, si era deciso di circoscrivere l’etichettatura a 3 soli settori: abbigliamento, calzature e ceramica.
Non era bastato neanche questo a vincere la riottosità anglo-tedesca. Anche perché l’allora viceministro per lo Sviluppo economico Carlo Calenda (oggi titolare del dicastero) aveva rilanciato: sì a un “Made in” limitato se entrano anche oreficeria e legno-arredo.
«Il governo italiano – ha aggiunto Ferrarini – dovrà trovare tempi e modi per porre di nuovo il tema all’attenzione». Da mesi, tra l’altro, a Bruxelles si sta lavorando a una revisione dei codici doganali. Tra le ipotesi, anche uno scambio. In cambio del “Made in”, dire sì alla modifica del codice per le apparecchiature elettroniche che ne riconosca il “made in” anche quando la lavorazione è parzialmente effettuata all’estero.
«È essenziale non mollare ora su un dossier così importante – ha detto ieri Valeria Fedeli , vice presidente del Senato – e bisogna trovare il modo per rendere il “Made in” sostenibile anche per la Germania» .

Laura Cavestri

Print Friendly, PDF & Email

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Parla il managing partner dello Studio Chiomenti: "Il numero di operazioni è in forte aumento già...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Rischio paralisi. Perché quel che accade a Berlino si riflette direttamente a Bruxelles. Il probab...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

I sindacati ripartono dalla lettera del primo settembre. Quella inviata al premier Draghi in cui i ...

Oggi sulla stampa