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Si riapre il confronto sull’apprendistato

di Cristina Casadei

Da mesi il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, ripete l'importanza che la formazione si faccia all'interno delle aziende e non all'esterno, in aula. E potrebbe essere questo uno dei tanti nodi da cui partire per districare la complessa matassa della riforma dell'apprendistato che comincia a entrare nel vivo: oggi ci sarà infatti un incontro tra il ministro e le parti sociali per definire lo «Schema di decreto legislativo sulla riforma dell'Apprendistato». Dopo la sigla delle linee guida, il 27 ottobre del 2010, si entra quindi nella fase in cui si deciderà che apprendistato avrà l'Italia nei prossimi anni.

Quando si affronta il tema non mancano le certezze. La prima è che l'apprendistato in Italia non è decollato: nel 2008 gli apprendisti sono stati solo 645.986, nel 2009 sono calati a 591.800. La seconda, come spiega Lisa Rustico, direttore scientifico di www.fareapprendistato.it, «è la delega che il governo ha in mano per riformare l'istituto, una delega già presente nella legge 247 del 2007, poi riconosciuta nell'intesa del 27 ottobre del 2010 dove si richiamavano le criticità oggettive e si diceva che, tenuto conto di queste criticità e della necessità di dare impulso all'occupazione giovanile, si apriva un tavolo per la riforma dell'apprendistato professionalizzante». La terza certezza è che il cantiere legislativo dell'apprendistato è un cantiere aperto che ha all'attivo un lungo elenco di leggi nazionali e regionali, oltre a un capitolo dedicato in quasi 500 contratti collettivi nazionali di lavoro. Con una precisazione doverosa. «Tutti i contratti disciplinano l'apprendistato professionalizzante che però non è il solo esistente. Esistono infatti anche l'apprendistato per i minorenni e quello di alta formazione che i contratti collettivi non hanno recepito», osserva Rustico.

Se andiamo a guardare i numeri, oltre al calo degli apprendisti, va sottolineato che in Italia sono quasi sempre maggiorenni e che la loro età media è alta, oltre i 25 anni nel 33% dei casi, e il loro livello di istruzione è nel 52,4% dei casi la licenza media, nell'8,5% la qualifica, nel 33,6% il diploma, nel 5,5% la laurea. In Europa il quadro è ribaltato perché tendenzialmente gli apprendisti hanno meno di 25 anni e non hanno un livello di istruzione alto. Il dato più critico è però nel 26,3% (uno su quattro) di apprendisti che nel 2008 ha seguito un percorso di formazione. Questo spiega anche perché la motivazione dei giovani ad accettare un contratto di apprendistato non è alta. E così andando a vedere «la durata media dei contratti si scopre che in molti casi è di pochi mesi. Un terzo durano un anno, pochi tra 4 mesi e un anno, il resto tre mesi», dice Rustico.

Nonostante, o forse proprio a causa della babele di interventi legislativi l'apprendistato in Italia non funziona e ha ancora molte criticità. La prima da risolvere per Rustico è «la conoscenza sia per le imprese che per i giovani. La legge deve chiarire che cos'è l'apprendistato». La seconda è l'approccio che «deve essere più pragmatico. Se alle imprese si dice che per fare la formazione per una determinata figura devono impostare un percorso che comprenda un certo numero di ore di formazione pubblica, che deve poi essere certificata dall'ente bilaterale, su cui poi anche la Regione deve mettere il timbro è chiaro che questo è un deterrente. Bisogna semplificare». Nel lungo elenco delle criticità ce n'è una terza da segnalare. «L'Italia – osserva Rustico – sconta l'assenza di un modello pedagogico di alternanza scuola lavoro, adottato con successo in altri paesi. Una pedagogia basata sulle competenze personali che non conosce il numero di ore, i modelli standard e i rigidi paletti burocratici».

 

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