Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Si rafforza la corsa della Germania Ma la spinta non contagia l’Europa

A questo punto, la deflazione nell’eurozona è improbabile. Il messaggio è quello più rilevante uscito dalla riunione di ieri della Banca centrale europea e dalla conferenza stampa del suo presidente Mario Draghi. Non è poco. Per un verso è già una vittoria della Bce, che con il solo annuncio del piano di acquisti di titoli per 1.100 miliardi entro settembre 2016 ha cambiato le attese sui prezzi futuri. Per un altro, apre un dibattito sullo stato dell’economia dell’area euro, sorprendentemente migliore delle previsioni, e su quanto durerà il programma di acquisti (quantitative easing).
Draghi ha tracciato un quadro più positivo rispetto a tre mesi fa. E ha sostenuto che il cambiamento è anche il risultato dell’annuncio del quantitative easing . Soprattutto, il piano di acquisti della Bce — 60 miliardi al mese — ha cambiato le aspettative di inflazione. Anche nell’economia reale: chi rinviava un acquisto o un investimento in attesa di prezzi più bassi, ora ha meno ragioni per farlo.
In un’analisi pubblicata ieri, il gruppo finanziario tedesco Allianz nota però che nell’eurozona la spinta verso la crescita ha una dinamica sua. In un anno, gli occupati sono cresciuti di un milione. In gennaio, le vendite al dettaglio sono aumentate «di un impressionante 3,7% sull’anno prima» e addirittura del 5,3% in Germania, la cui ripresa sembra solida e trainata dai consumi più che dalle esportazioni. Allianz calcola che l’indebolimento dell’euro avrà un impatto positivo dello 0,4-0,5% sul Prodotto interno lordo dell’eurozona e che della stessa portata (0,4%) sarà l’effetto della caduta del prezzo del petrolio. «Date queste spinte economiche già forti — sottolinea — la Bce sta agendo in modo estremamente pro-ciclico», cioè spinge nella stessa direzione. Tutto ciò — nota però Allianz — è qualcosa di congiunturale, non cambia la realtà di un potenziale di crescita basso nell’area euro, dato da ragioni strutturali che non favoriscono gli investimenti. Che è poi quello che ha sottolineato Draghi ieri quando ha parlato appassionatamente della necessità di andare avanti con le riforme. Qui, però il gruppo finanziario di Monaco introduce una critica alla Bce: dice che l’attuale politica monetaria favorisce gli «up and down» che fanno male all’economia. E conclude: «La politica monetaria dovrebbe tornare a una modalità autocontrollata il più repentinamente possibile».
Non è strano che dalla Germania si chieda la fine anticipata (prima ancora che inizi) del programma di acquisti della Bce. O una sua progressiva riduzione, quella che gli americani chiamavano tapering quando era la Federal Reserve a doverla fare. Ieri, però, la questione se la poneva anche la società di analisi britannica Oxford Economics, di fronte «alle crescenti aspettative di inflazione».
Per rispondere che i discorsi sul «tapering sono di gran lunga prematuri». Si andrà — prevede — verso la parità del cambio euro/dollaro «entro fine anno» ma la Bce «non terminerà il programma prima del settembre 2016». Il dibattito è insomma aperto. È improbabile che Draghi chiuda il quantitative easing in anticipo, prima vorrà certezze robuste sui risultati. La discussione però è iniziata.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Intervista ad Alessandro Vandelli. L'uscita dopo 37 anni nel gruppo. I rapporti con gli azionisti Un...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

I gestori si stanno riorganizzando in funzione di una advisory evoluta che copra tutte le problemati...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Non far pagare alle aziende i contributi dei neo assunti per due anni. È la proposta di Alberto Bom...

Oggi sulla stampa