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Si potrà scegliere con un «clic» se offrire i dati personali a Google

Per la prima volta in Europa, la privacy di chi usa Google sarà tutelata in modo preciso: arrivano infatti le regole del Garante, in base alle quali «Big G» potrà usare i dati personali degli italiani solo con il loro consenso preventivo e dovrà dichiarare esplicitamente di svolgere questa attività a fini commerciali.
La notizia è il frutto di un lavoro di preparazione durato un anno, durante il quale l’Authority presieduta da Antonello Soro e la grande azienda americana hanno collaborato attivamente. «Non si è puntato a definire un set di sanzioni, la cui efficacia sarebbe stata modesta, ma piuttosto a scrivere le norme a cui Google dovrà attenersi», afferma il portavoce dell’Autorità. Il provvedimento, più o meno direttamente collegato alla pronuncia della Corte di Giustizia europea sul diritto all’oblio, non si limita infatti a richiamare al rispetto della privacy, ma indica nel concreto le misure che Google dovrà adottare.
La controparte americana conferma: «Abbiamo collaborato costantemente con il Garante per spiegare le nostre politiche di privacy e il modo in cui ci consentono di creare servizi più semplici ed efficaci. Continueremo a collaborare in futuro e analizzeremo il provvedimento per definire i prossimi passi».
Ma che cosa cambia, concretamente, per gli utenti? Innanzitutto bisogna chiarire il punto di partenza. La web company ha già adottato alcune misure per adeguarsi alla normativa europea sulla protezione dei dati personali, ma lasciando aperte non poche criticità: in particolare, l’inadeguatezza delle informazioni agli utenti, la mancata richiesta di consenso alla «profilazione» (la catalogazione degli utenti a seconda delle loro preferenze) e l’incertezza dei tempi di conservazione dei dati.
A tutto ciò il team di Soro promette di porre rimedio con una serie di «prescrizioni», cui Google dovrà adattarsi entro un anno e mezzo. La società dovrà spiegare, chiaramente, che i dati personali degli utenti sono regolarmente monitorati e utilizzati per la pubblicità mirata (per mezzo della profilazione, appunto) e che tali dati vengono raccolti anche con tecniche più sofisticate dei semplici cookie.
I cookie sono software che memorizzano informazioni sugli utenti, come ad esempio i siti web preferiti, o, in caso di e-commerce, il contenuto dei carrelli della spesa. Ma le tecniche di «tracciamento» sono sempre più raffinate: viene usato ad esempio il fingerprinting (letteralmente «rilevamento delle impronte» ndr ), un sistema grazie al quale i dati vengono archiviati nei server delle società inserzioniste che li utilizzano.
Google, in sostanza, non potrà più dare per scontato che l’uso dei suoi servizi equivalga ad accettare incondizionatamente le sue regole, ma dovrà ottenere un consenso preventivo per usare i dati personali. Inoltre sarà tenuta a cancellarli, entro due mesi dalle singole richieste, dai cosiddetti «sistemi attivi» (cioè i dati nell’immediata disponibilità dell’utente) ed entro sei mesi dai propri archivi. Entro il 30 settembre, poi, la società dovrà fornire al Garante della Privacy un protocollo di verifica che indichi tempi e modalità per i controlli. Un punto chiave è il modo con cui ognuno potrà dare o negare il proprio consenso al trattamento dei dati, che sarà tanto più efficace quanto più sarà facile da usare. L’Authority promette semplicità: ci sarà un banner che, se cliccato, consentirà all’utente di dire sì o no. Chi vorrà evitare la scelta sarà libero di continuare nella navigazione: ovviamente non dovrà poi lamentarsi se la sua privacy verrà (almeno commercialmente) violata.
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