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Si liberano 7 miliardi per investire

Il «cambio di marcia» in Europa, di cui parla il ministro dell’Economia, Fabrizio Saccomanni può valere per noi tra 7 e 8 miliardi, da mettere in campo nel 2014 sul fronte degli investimenti pubblici produttivi. La condizione, già prevista nella decisione di decretare l’uscita del nostro Paese dalla procedura d’infrazione per disavanzo eccessivo, è che non si superi l’asticella del 3% nel rapporto deficit/Pil. Non è la «golden rule», ma un riconoscimento palese di ulteriori margini di flessibilità da concedere esclusivamente ai Paesi “virtuosi”, ora esplicitato nello scostamento momentaneo dall’obiettivo di medio termine, che per tutti equivale al pareggio di bilancio. Il presidente della Commissione, José Manuel Barroso, parla di «deviazioni temporanee dal percorso del deficit strutturale verso gli obiettivi di medio termine», connesse alla spesa nazionale per progetti cofinanziati dalla Ue in relazione alla politica di coesione e strutturale, di grandi reti transeuropee o relativi alla cosiddetta connecting Europe «con un effetto positivo di lungo termine sul bilancio diretto e verificabile».
Come si determina l’effetto “espansivo” che può valere 7-8 miliardi? Poiché nel 2014, stando alle previsioni più aggiornate, il nostro deficit nominale (dunque senza considerare gli effetti del ciclo economico) dovrebbe attestarsi nei dintorni del 2,3% del Pil (per ora è fermo all’1,8% nelle previsioni del Def, contro il 2,9% atteso per quest’anno), si apre sulla carta un margine di circa lo 0,5% in più che consentirà comunque di non superare il tetto del 3 per cento. Se aumenterà il deficit nominale, non potrà che esservi un effetto sul deficit strutturale: la novità è che non ci verrà chiesto, per effetto di questo margine in più di flessibilità, di rispettare alla lettera il timing per raggiungere la posizione concordata di «close to balance» (al netto delle variazioni del ciclo e delle una tantum).
Di certo non si tratta di un assegno in bianco, poiché lo spazio di manovra all’interno del bilancio dovrà essere concentrato esclusivamente in direzione degli investimenti pubblici produttivi. Spese in grado di generare occupazione e dunque accrescere il potenziale di sviluppo. Si agirà sulla quota nazionale dei fondi strutturali europei, che vengano attivati secondo la regola del cofinanziamento. Operazione per la verità tutt’altro che semplice, poiché in sede europea non è stata ancora raggiunta un’intesa sull’esatta qualificazione dell’investimento pubblico produttivo. La svolta, in gran parte politica, però è evidente: la partita può cominciare, con la predisposizione della lista dei cantieri da cofinanziare.
Nessuna autorizzazione a operazioni di «deficit spending», in ogni caso, né “tesoretti” che magicamente si materializzano così da poter finanziare la manovra sull’Imu o sull’Iva. Lo conferma il ministro degli Affari europei, Enzo Moavero Milanesi: la possibilità di investimenti pubblici viene pienamente riconosciuta «ma unicamente a quei Paesi fuori dalla procedura per deficit eccessivo». Ora si tratta di individuare concretamente «gli investimenti più idonei a favorire la crescita».
Percorso avviato già un anno fa, che passo dopo passo ha trovato riscontro concreto negli ultimi consigli europei. Le conclusioni del summit del 27 e 28 giugno citano espressamente le «opportunità offerte dal vigente quadro di bilancio dell’Ue per equilibrare le necessità in investimenti pubblici produttivi con gli obiettivi della disciplina di bilancio nel braccio preventivo del Patto di stabilità». Documento – si osserva in ambienti governativi – che ha ricevuto l’assenso anche della Germania. I margini di flessibilità, già resi palesi nella partita dei debiti commerciali della Pa, si estendono ora al capitolo degli investimenti pubblici: una combinazione di interventi cui il Governo annette notevole importanza in termini di spinta e di sostegno all’economia.

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