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Si ferma la corsa ai Bund tedeschi

Il debito pubblico tedesco continua ad attrarre investitori, ma emerge qualche segnale che neanche la Germania è del tutto immune dal contagio della crisi dell’eurozona e sui mercati si comincia a considerare l’impatto sui suoi titoli delle difficoltà della periferia dell’area euro, invece di vederli solo come bene rifugio.
La Germania ha collocato ieri titoli decennali all’1,52%, in leggero aumento rispetto all’1,47 di metà maggio, ma pur sempre ben al di sotto dell’1,93% della prima asta 2012. Piazzati 5,81 miliardi di euro, contro 5 dell’offerta originaria, con il 20% circa, come sempre, riservato alla Bundesbank. Titoli a 6 anni indicizzati all’inflazione sono stati invece collocati a un tasso negativo dello 0,31%, con domanda oltre due volte superiore all’offerta.
Ma le aste non spiegano tutta la storia: sul secondario, e soprattutto sui future, i Bund sono stati sottoposti negli ultimi due giorni a pesanti vendite. La maggior parte degli osservatori ritiene che i titoli tedeschi non saranno soggetti a una fuga finché l’incertezza, soprattutto sulle elezioni in Grecia domenica prossima, resterà così alta. C’è però anche chi, come Scotiabank, suggerisce, per coprirsi dai rischi dal voto di Atene, che secondo alcuni potrebbe condurre a un’uscita della Grecia dall’euro, di vendere Bund e comprare Treasuries americani.
La pressione di vendite, che ha provocato oscillazioni anche notevoli, è stata dovuta, secondo un importante operatore europeo, alle aste di oggi, al cambiamento di regole nei Paesi scandinavi, legate all’applicazione di Basilea 3, ma, più di tutto, alla riallocazione di portafogli al di fuori dell’area euro. Mentre fino a oggi la ricerca della sicurezza è consistita nello spostamento dai Paesi della periferia ai Bund, ora diversi investitori cominciano a spostarsi del tutto fuori dall’Europa. I rischi aumentano anche per la Germania, ha detto ieri a Francoforte in una presentazione Andrew Bosomworth, di Pimco, il più grande gestore obbligazionario del mondo che ha ridotto al minimo il suo portafoglio di Bund. Pimco vede nel medio termine un’area euro che continuerà a soffrire di crescita asfittica fra -1 e +1%. È la valutazione del rischio, ha detto Bosomworth, a pesare nella mossa della Pimco, più dei rendimenti ormai negativi dei Bund.
Attorno all’1,5% (dopo che erano scesi fino a un minimo di 1,13) i rendimenti dei Bund decennali sono saliti di 16 punti base questa settimana, ma restano nettamente al di sotto dell’inflazione tedesca (al 2%). Gli investitori di fatto pagano il Tesoro tedesco per detenere i suoi titoli. Secondo qualcuno è in corso una correzione da un apprezzamento eccessivo nelle scorse settimane, ma secondo altri, come Jonathan Loynes, di Capital Economics, «i mercati cominciano a vedere che le cattive notizie per la periferia dell’eurozona lo sono anche per la Germania».
Uno studio di Credit Suisse ha cercato di quantificare le possibili ripercussioni per il bilancio pubblico della Germania di un collasso dell’euro o anche solo dell’uscita della Grecia. L’esposizione diretta tedesca ai salvataggi in Europa, fra prestiti bilaterali alla Grecia, garanzie prestate al fondo salva-Stati Efsf e capitale promesso al fondo che gli succederà, l’Esm, ammontano a 113 miliardi di euro, il 4,4% circa del prodotto interno lordo della Germania. C’è poi la quota della Bundesbank nei titoli dei Paesi in difficoltà acquistati dalla Banca centrale europea, 57 miliardi su un totale di 212. Inoltre, della passività di questi Paesi nei confronti dell’Eurosistema delle banche centrali attraverso il sistema di pagamenti Target 2 (660 miliardi di euro circa), 179 sono da attribuire alla Bundesbank. Queste perdite tuttavia si materializzerebbero solo in caso di uscita di un Paese dall’euro. Senza ovviamente considerare le pesanti ripercussioni sulle banche e sull’economia reale. Ce n’è a sufficienza per cominciare a mettere in dubbio che i Bund siano un rifugio sicuro.

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