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Sì del Senato all’Italicum, bagarre in Aula

Matteo Renzi è soddisfatto. A pochi giorni dal voto per la scelta del successore di Giorgio Napolitano al Quirinale, il premier ha strappato il via libera del Senato all’Italicum. «Il coraggio paga» twitta subito dopo il «sì» di Palazzo Madama. Non siamo ancora all’approvazione definitiva, l’Italicum passa ora nuovamente alla Camera, ma non c’è dubbio che l’ostacolo maggiore, visti i numeri scarsi della maggioranza, è essere riusciti a superare quasi indenni il verdetto del Senato. Quasi, appunto, perché in realtà il voto di ieri conferma che per il premier i passaggi a Palazzo Madama sono tutt’altro che privi di rischio.
L’aula ieri ribolliva. Il voto finale è stato preceduto da una dura polemica tra maggioranza e opposizione sul coordinamento del testo da porre in votazione che è passato poi con 184 sì. Decisiva è stata la scelta della minoranza Pd e di quella di Fi di non partecipare al voto (24 i dissidenti dem, 12 gli assenti Fi non giustificati, uno in missione). A votare sono stati solo 252, abbassando così a 127 il quorum necessario per il via libera alla riforma.
«Abbiamo portato a casa il risultato», commenta Maria Elena Boschi, che pur riconoscendo il ruolo «importante» di Forza Italia rivendica che «in termini numerici» la maggioranza è stata autosufficiente. Questo perché i voti dei partiti di governo sono stati 131 ovvero 4 in più di quelli necessari. In realtà, questo risultato è stato possibile perché la minoranza Pd ha deciso di non portare fino in fondo lo strappo con Renzi così come i fittiani con Berlusconi. Se i senatori bersaniani avessero votato contro o anche si fossero astenuti, il governo non ce l’avrebbe fatta. «Abbiamo deciso di manifestare il nostro dissenso che è stato largo e motivato nel merito: un quarto del gruppo del Pd non ha partecipato al voto in modo unitario», spiega Miguel Gotor che ha guidato in questi giorni il gruppo dei dissidenti. A rincarare la dose ci pensa Maurizio Gasparri. «Forza Italia è stata decisiva, il ministro Boschi dimostra ancora una volta la sua incompetenza: i senatori non sono 137 (nel computo Gasparri inserisce anche quelli di Gal, ndr), ce ne sono altri 180, un numero superiore a quello dei parlamentari della maggioranza che hanno votato a favore della legge».
Schermaglie che vanno interpretate anche tenendo conto dell’appuntamento di domani, quando si aprirà ufficialmente la corsa per il Colle.
Anche il confronto andato in scena ieri nell’aula di Palazzo Madama è stato molto duro. A partire dagli interventi dei dissidenti dem (in particolare Corradino Mineo e la civatiana Lucrezia Ricchiuti). Ma il clou si è raggiunto poco prima del voto finale, con tutte le opposizioni , Lega, Sel e M5s, che hanno attaccato la maggioranza e il governo per come era stato «coordinato» il testo del provvedimento. Roberto Calderoli ha parlato di «colpo di stato», Michele Giarrusso (M5s) di «attentato agli organi costituzionali», mentre la capogruppo di Sel Loredana De Petris si è rivolta alla presidenza urlando «mica ci prenderete per fessi». Oggetto del contendere alcuni inserimenti nel testo definitivo che non erano mai stati oggetto di discussione negli emendamenti presentati e approvati. Sotto accusa in particolare una modifica al testo unico sulle leggi elettorali relativo al computo dei voti. Pur non trattandosi di interventi sui contenuti, le opposizioni hanno sottolineato che non si trattava di un coordinamento solo formale, quanto piuttosto di un emendamento vero e proprio, che avrebbe avuto bisogno di una discussione e un voto. Proprio per questo anche i due socialisti, Buemi e Longo, pur essendosi dichiarati a favore della riforma elettorale, hanno deciso di astenersi sul voto finale (che al Senato equivale a voto contrario).
La presidente Valeria Fedeli ha infatti deciso di tirare dritto e ha posto in votazione il testo che adesso attende il sì della Camera, previsto, secondo la stima del ministro per le Riforme Maria Elena Boschi, entro aprile. Nelle intenzioni del governo dovrebbe essere quello definitivo, anche se la battaglia sulle preferenze e contro i capilista bloccati certamente avrà a Montecitorio un nutrito gruppo di sostenitori.
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