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Si concilia anche nei comuni

Strumenti deflattivi del contenzioso tributario ad ampio raggio per le controversie sui tributi comunali. Con la riforma del contenzioso tributario oltre alla mediazione obbligatoria per le controversie di valore non superiore a 20 mila euro, il legislatore estende la facoltà di conciliare le cause anche nel corso del giudizio d’appello. È quanto prevede l’articolo 9 del decreto delegato di riforma del processo tributario, approvato martedì scorso dal Consiglio dei ministri, che dà ai sindaci o ai dirigenti e funzionari comunali, ai quali è delegato il potere di rappresentanza, di chiudere le controversie e di incassare le somme dovute entro 20 giorni dalla definizione dell’accordo. Le sanzioni a carico dei contribuenti sono ridotte al 40 o al 50% a seconda che la conciliazione si perfezioni, rispettivamente, nel giudizio di primo grado o d’appello.

Dunque, sindaci, dirigenti o, in mancanza della figura del dirigente, coloro che sono titolari di posizione organizzativa, possono sottoscrivere l’accordo conciliativo in udienza o fuori udienza purché siano debitamente autorizzati a farlo in base allo statuto o al regolamento dell’ente. Quindi lo statuto comunale, o il regolamento se lo statuto contiene un espresso rinvio, in base all’articolo 11 del decreto legislativo 546/1992, può affidare la rappresentanza a stare in giudizio ai dirigenti, nell’ambito dei rispettivi settori di competenza, oppure a esponenti apicali della struttura burocratico-amministrativa. In questi atti va specificato che i dirigenti, oltre a promuovere e resistere alle liti relative ai tributi comunali, hanno anche il potere di conciliare e transigere (in questo senso si è espressa la Cassazione con le sentenze 2585/2008 e 9905/2012). Nel caso in cui non vi sia una specifica previsione statutaria o regolamentare, spetta al sindaco l’esclusiva titolarità del potere di rappresentanza processuale del comune. Va precisato che la difesa può essere affidata anche a un professionista esterno (avvocato, dottore commercialista e via dicendo), il quale per poter conciliare la controversia deve essere espressamente autorizzato. Infatti, non è sufficiente la procura alle liti che consente di difendere in giudizio la pretesa tributaria, ma occorre una specifica autorizzazione a rinunciare al credito fatto valere dall’amministrazione con l’atto impositivo. Tra l’altro, la scelta deve essere motivata, vale a dire vanno indicate le ragioni poste a base dell’accordo. Del resto, in base al principio di indisponibilità dell’obbligazione tributaria si dà luogo alla conciliazione quando il credito tributario non è né determinato né facilmente determinabile. Le questioni sulle quali può intervenire l’accordo sono solo le questioni di fatto (per esempio, il valore di un area edificabile o la misura della superficie di un immobile), che non comportano rinuncia alla pretesa tributaria. L’accordo può riguardare determinate questioni insorte tra le parti in ordine a qualche elemento controverso. Sono invece escluse tutte le questioni di diritto quali, ad esempio, la tassabilità o meno di certi soggetti, la spettanza di un’agevolazione, la determinazione delle aliquote.

 

Il procedimento. L’accordo conciliativo può avvenire sia in primo grado che in appello. Cambia la misura della sanzione dovuta a carico del contribuente, che è ridotta al 40% del minimo previsto dalla legge se la conciliazione avviene in primo grado e al 50% del minimo in appello. La proposta preconcordata, definita fuori udienza, può essere depositata prima della fissazione della data di trattazione della controversia; nella suddetta ipotesi, il presidente della commissione se riscontra la sussistenza dei presupposti e delle condizioni di ammissibilità dichiara, con decreto, l’estinzione del giudizio totale o parziale. Se l’udienza è già fissata il giudizio viene dichiarato estinto dal collegio con sentenza. Qualora la conciliazione si perfezioni in udienza viene redatto il processo verbale. La conciliazione è giuridicamente efficace anche se il contribuente non versi, in tutto o in parte, spontaneamente quanto concordato. Le somme dovute vanno versate entro 20 giorni dall’accordo o dal verbale. In caso di mancato pagamento delle somme risultanti dall’atto di conciliazione, l’amministrazione comunale è legittimata a intraprendere le azioni per il recupero coattivo, irrogando la sanzione del 30% aumentata della metà. Le somme devono essere contabilizzate in bilancio nell’anno in cui vengono incassate, facendo rilevare che si tratta di recupero di entrate pregresse.

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