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Si chiude l’epoca dei piccoli soci Quelle assemblee con i pullman

L’appuntamento pare già fissato per domani alle ore 16: i vertici delle principali Popolari dovrebbero incontrarsi a Milano nella sede dell’associazione di categoria per discutere del provvedimento di riforma approvato ieri dal Consiglio dei ministri. Prima i tecnici parleranno della cessione dell’Icbp, l’Istituto centrale delle banche popolari. Poi dovrebbero intervenire i presidenti o i consiglieri delegati per cominciare a discutere sulla grande svolta che si profila con la trasformazione in spa. E già sarebbero stati richiesti pareri legali sulla questione dell’urgenza del provvedimento, inserito nel decreto «investment compact». 
Difficile dire se alla fine sarà vera battaglia. Per il momento nel quadro c’è un tramonto: finisce l’epoca delle Grandi Banche Popolari. Locali nel cuore e nazionali nel portafoglio. Che sono diventate grandi anche grazie a una stagione di fusioni ed acquisizioni conclusa qualche anno fa. E caratterizzata anzitutto da fotografie che sembrano raccontare più la storia di squadre di calcio che di istituti di credito: file di pullman che portavano alle assemblee migliaia di piccoli soci, proprietari di poche azioni e portatori di poche deleghe. Che affollavano le urne e gradivano i generosi buffet, necessari per rifocillarsi nel corso di ore ed ore di riunione plenaria.
Sono state giornate «storiche» per le Popolari. C’erano anche le tv il 10 marzo 2007 a Verona e Lodi quando oltre 10 mila soci iscritti hanno dato via al Banco Popolare. E a Milano sono affluiti 5.300 soci per la sfida che il 25 aprile 2009 ha visto prevalere in Bpm Massimo Ponzellini su Roberto Mazzotta. E sempre alla Popolare di Milano erano oltre in tremila quando il 25 giugno 2011 l’assemblea ha detto no a Bankitalia sull’aumento delle deleghe. Un no che si è ripetuto in altre occasioni nella stessa banca e che ha reso per molto tempo tesi i rapporti con l’autorità di vigilanza: schiaffi che avevano per «mandanti» i sindacati che con un nocciolo del 3,5% sono riusciti per anni a tenere in pugno le assemblee. Situazioni anomale. Che hanno però incrinato il mito della democrazia del voto capitario e dell’assimilazione delle Popolari a public company.
Autobus, cabine elettorali, catering, volantini dei sindacati e le liste per i consigli di amministrazione: con la fine del principio «una testa un voto», architrave della governance delle cooperative, per i dieci istituti che dovranno trasformarsi in spa si conclude la stagione delle grandi kermesse. Se il provvedimento non registrerà variazioni sostanziali, le prossime assemblee che dovranno votare in sede straordinaria il passaggio da banca popolare a società per azioni prevederanno ancora il voto capitario ma è difficile immaginare si replichi il film del passato. Perché questa volta il voto «deve» andare nella direzione della legge: un «no» potrebbe portare alla fine della banca: via la licenza, revoca dell’autorizzazione, e perfino la liquidazione coatta amministrativa.
Certo, con il passaggio a spa cambierà tutto. Oggi un piccolo socio «pesa» quanto un azionista di rilievo. Domani la prospettiva sarà capovolta. Alla Popolare di Milano primo azionista con pieno diritto di voto sul proprio capitale sarà Raffaele Mincione con il 5,7% attraverso il fondo Athena: in passato scalatore sconfitto potrebbe in teoria prendersi la rivincita. E in Ubi, dove i fondi internazionali detengono complessivamente una quota vicina al 40%, il primo azionista è Silchester International con quasi il 5%. Ed è primo in virtù del fatto che ha chiesto l’iscrizione al libro soci, facoltà che in passato era soggetta anche a un gradimento «confessionale». Cose d’altri tempi. Come le Grandi Popolari.

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