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«Sì all’intesa o l’ex Bertone chiude»

di Raffaella Polato

MILANO— Le posizioni non sono cambiate di una virgola e nessuno, per la verità, se l’aspettava. Ma il tempo ormai è scaduto: questione di ore, pochi giorni al massimo, e per le Officine Automobilistiche di Grugliasco potrebbe essere decretato non il rilancio ma la chiusura definitiva. Nessun investimento, nessun rientro al lavoro dei mille dipendenti dopo sei anni di cassa integrazione. L’incontro tra Sergio Marchionne e i vertici sindacali finisce così, con questo crudo avviso ultimatum della Fiat alla Fiom. Sono gli uomini di Maurizio Landini che hanno la maggioranza nella ex Bertone. Ed è Landini a ripetere (anche ieri) il netto no a qualsiasi accordo fuori dal contratto nazionale. In questo modo però, ribadisce il Lingotto, «non ci sono le condizioni per l’investimento, sarebbe impossibile realizzare gli obiettivi» . E dunque, «se non ci sarà in tempi brevissimi una precisa e dichiarata approvazione, Fiat rinuncerà al progetto e avvierà la ricerca di una nuova allocazione per la nuova Maserati» . In altre parole: i 500 milioni promessi andranno altrove. Peggio. A Torino, ieri, la Fiom si è presentata fresca di ricorso contro la newco di Pomigliano. Non una mossa distensiva. E Marchionne non si è limitato a questa battuta rivolta a Landini: «Ci sono stati dei referendum. E voi ci fate causa? Non dovrei nemmeno stare qui a discutere» . Ci è rimasto, invece. Dopodiché, altrettanto chiaro, ha invitato i metalmeccanici Cgil ad assumersi la responsabilità anche di questa posizione. Dalle conseguenze, potenzialmente, ancora più pesanti: il futuro di «Fabbrica Italia potrà essere condizionato dagli sviluppi delle azioni giudiziarie promosse dalla Fiom» . È un’ipoteca pesante. E prevedibile, visto il livello dello scontro. Dal vertice di ieri — giorno dei dati di mercato in Europa: — 4,7%, con Fiat che crolla del 20%ma segna un +65%record con l’Alfa — nessuno si aspettava nulla perché tutti ci arrivavano dalle posizioni di sempre. Raffaele Bonanni, Luigi Angeletti e Roberto Di Maulo restano al fianco del Lingotto. Susanna Camusso, al suo primo incontro con Marchionne, non può o non riesce a smarcare la Cgil dalla linea dura Fiom: alla fine, con Landini, rinvia la decisione alle rappresentanze aziendali. Che infatti si riuniscono subito e convocano assemblea e referendum per il 2 maggio. Il «cerino» torna in fabbrica, insomma, e la domanda è: potrà la Fiom sconfessare se stessa? Non ci scommette la Fiat. Non ci scommettono gli altri sindacati. I quali comunque strappano a Marchionne una promessa: lui la nuova Maserati la porterebbe negli Usa, ma un «frontale» pure con Cisl, Uil e Fismic sarebbe devastante, per cui «si riserva di tenere in considerazione» la loro «richiesta di dare la preferenza a un sito italiano» . Nel caso, potrebbe essere Mirafiori. Nel caso, ci sarebbe sempre il futuro a rischio per i 1.096 di Grugliasco. E forse, come teme Maurizio Sacconi, per lo stesso «futuro dell’auto a Torino e in Italia» . Anche il ministro sembra però pensare soprattutto alla Fiom quando avverte: «Il governo ha sin qui operato per accompagnare il consenso della maggioranza dei lavoratori. Non resterebbe spettatore di fronte a una situazione critica» .

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