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Sì all’industrial compact

Qualcosa sta cambiando positivamente in Italia, sicuramente si stanno facendo grandi passi in avanti in direzione della crescita e dello sviluppo, merito di un governo che ha preso delle iniziative coraggiose e innovative per il Paese. Oltre al Jobs Act, il governo Renzi studia importanti misure che ridisegnano le politiche industriali, dal fisco al credito, con l’obiettivo di rilanciare innovazione, produzione e sviluppo delle piccole e medie imprese innovative.

Dopo ben venti anni di tentativi di modifica mai riusciti, il decreto legge si chiama «investment compact» ed è il piano discusso nella giornata di lunedì 19 gennaio 2015 in un incontro tra il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan, il premier Matteo Renzi e il ministro dello sviluppo economico Federica Guidi. Una spinta vigorosa al credito che comprende trasferimenti rapidi da un conto all’atro e provvidenze fiscali estese ai marchi commerciali, negli obiettivi del governo questo miglioramento dovrebbe ravvicinare il credito principalmente alle piccole medie imprese.

Il via libera all’investment compact impegna le prime dieci banche per attivi a trasformarsi entro 18 mesi in spa (società per azioni), alle quali potrebbe essere cancellata l’autorizzazione all’attività bancaria in caso di fallita trasformazione. Come ha spiegato il premier Renzi: «sono dieci le popolari in Italia che in 18 mesi dovranno superare il voto capitario e diventare spa. È un momento storico».

Le banche popolari comprese nella riforma al momento sono: Ubi Banca, Banco Popolare, Banca Popolare di Milano, Banca Popolare dell’Emilia Romagna, Banca Popolare di Sondrio, Banca Etruria, Banca Popolare di Vicenza e Credito Valtellinese. Il premier ha inoltre precisato che la riforma riguarderà le banche con attivi superiori a 8 miliardi di euro, ossia la più grande parte degli istituti cooperativi che sono passati sotto la vigilanza Bce.

Il perno della riforma è di procurare un sostegno importante alle piccole e medie imprese tramite innovazione, internazionalizzazione che insieme alla riforma del mercato del lavoro puntano a far ripartire l’economia del Paese in modo concreto ed esponenzialmente stabile. Nel decreto investment compact vengono introdotti i nuovi bond di rete e gli incentivi all’aggregazione delle pmi. Nello specifico l’aiuto finanziario viene posto a quelle pmi «ben gestite e con buone prospettive» ma che soffrono un periodo di temporanea difficoltà. Quest’ultime potranno avere la possibilità di attivare il crowdfunding: la pratica di finanziamento collettivo che mobilita persone e risorse. Un’altra novità decisiva è l’introduzione di un nuovo strumento definito «industrial development bond» che permetterà l’accrescimento di filiere produttive e dipartimenti che usufruiranno di una tassazione agevolata al 12,5%.

È un segnale importante per le imprese italiane, ed è dimostrazione e conferma del fatto che il governo attuale possiede una reale politica industriale. Una politica industriale che punta fortemente al risanamento economico e al rilancio produttivo che sono i principali metodi per uscire dalla crisi economica e per combattere questo lungo periodo di deflazione che l’Italia sta vivendo. Finalmente il governo ha messo in atto un’azione governativa che influisce positivamente e laboriosamente per raddrizzare la situazione economica e industriale il Paese si ritrova ad affrontare.

Il nuovo decreto legislativo farà forza su tre basi principali. In primo luogo andrà a toccare i quadri regolatori per gli investimenti, dando una garanzia solida per chi si lega in progetti pluriennali che partano dai 500 milioni in su nel complessivo e per importi non al di sotto dei 100 milioni all’anno. Per loro vi sarà la garanzia di non vedersi applicare presumibili modifiche da norme retroattive, specialmente in ambito fiscale. Questo significa che ai grandi investitori avverrà il fermo di tutte quelle regole (relative al fisco) permanente durante tutto il periodo del piano d’investimento, questo vuol dire che le aziende investitrici otterranno la garanzia di incappare nel pagamento di ulteriori tasse apportate da eventuali nuove direttive. È importante dire che su questo punto le voci contrarie sono state al momento la maggioranza ed è quindi molto probabile che questa parte del decreto non venga portata avanti o che comunque venga modificata.

In secondo luogo il decreto punta a salvaguardare e risollevare il Made in Italy, nella bozza del documento sono presenti una determinata serie di incentivi finalizzati a tutti i marchi d’impresa rappresentanti del Made in Italy. A sostegno del marchio del Belpaese sarebbe prevista la creazione di una società, a compartecipazione pubblica e privata, per il rilancio delle imprese popolari e le piccole e medie industrie innovative. Inoltre, l’incentivazione per i brevetti così come prevista dalla legge di stabilità viene estesa ai marchi commerciali per far modo che anche dall’estero si torni a investire in Italia. Il ciò prende il nome di «patent box» e comprende «la piena inclusione dei marchi commerciali tra le attività immateriali per le quali viene riconosciuto alle imprese il beneficio fiscale».

Le agevolazioni ai marchi commerciali sono solo una parte dei cambiamenti che il premier Renzi vuole mettere in campo, ma sono sicuramente molto importanti perché rappresentano un tassello importante nel frenare la fuga del Made in Italy (avvenuta maggiormente per ragioni fiscali). Bisogna concretamente salvaguardare il marchio Made in Italy rappresentante del Belpaese che è fulcro dell’economia e di grande rilievo nella rappresentanza del nostro Paese nel mondo del mercato internazionale. Sulla stessa linea, come presentato dal ministro Guidi, la riforma prevederà il potenziamo di organizzazioni come la Sace. Il rafforzamento che avverrebbe alla Sace, spiega Guidi permetterà «non solo di assicurare il credito all’esportazione, ma anche erogarlo come una banca. Questo consentirà di avere almeno 12 miliardi in più che verranno erogati, probabilmente a tassi più vantaggiosi, per il sostegno del credito e dell’export».

In terzo, vengono semplificate le norme nel campo delle sponsorizzazioni culturali tramite l’introduzione dei «social bond». I social bond sono obbligazioni tradizionali di cui una parte viene destinata ad associazioni non profit, ma in Italia l’iniziativa è lasciata solo ad alcune banche. Le organizzazioni no-profit incontrano sempre più difficoltà nell’ottenere risorse utili e sostanziose che permettano di finanziare progetti a scopo sociale. Queste organizzazioni, allo stesso modo delle Pmi, sono state colpite fortemente dal periodo di crisi finanziario. Il governo sta cercando di risanare l’economia del Paese prestando attenzione anche a quei gruppi che fino a ora erano rimasti intaccati dalle riforme attuate negli ultimi anni.

L’investment compact è un’innovazione importante per l’Italia, che può finalmente respirare aria nuova e di cambiamento. Le imprese potranno finanziare progetti di investimento importanti che avvieranno una ripresa concreta. Il punto importante di questa svolta è l’ipotesi che il primo previsto intervento sarà a vantaggio dell’Ilva, il che andrebbe anche a giustificare la velocità con cui si stanno svolgendo le discussioni riguardanti l’attuazione della riforma. Non è possibile negare che la discussione riguardante l’investment compact sia molto animata e abbia creato scontri con voci contrarie e timori per ripercussioni a livello politico elettorale; come d’altronde successe con la riforma del Jobs Act. C’è da dire che però il premier Renzi esordendo con un «carpe diem, avanti sulle riforme» abbia preso una posizione coraggiosa e irremovibile, ed è proprio questa ostinazione al cambiamento che può far cambiare positivamente l’economia italiana. Dietro il decreto investment compact c’è la fermezza concreta di rendere più funzionanti i meccanismi di credito per le piccole e medie imprese italiane, e di certo può solo che essere appoggiata una riforma che attivamente porge sostegno alle industrie del Paese. L’investment compact potrebbe essere sicuramente una giusta compagna alla riforma del Jobs Act che permetterebbero il sollevamento dell’economia del nostro Paese.

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