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Il sì all’Europa riprende quota

Una rosa bianca all’occhiello, una rosa rossa sulla panca di Jo Cox e l’ Union Jack a mezz’asta sulle Houses of Parliament. I colleghi di Westminster si sono riuniti ieri alla Camera dei Comuni in una commovente cerimonia in memoria della deputata laburista abbattuta giovedì a Birstall, in Yorkshire, a colpi di revolver da un pazzo con simpatie neonaziste. La figura della donna considerata “stella nascente” della vita politica britannica, assassinata a 41 anni mentre incontrava i suoi elettori, è stata ricordata sia dal leader laburista Jeremy Corbyn sia dal premier David Cameron, uniti nel sottolineare “la passione civile” della deputata. La parola è poi passata ai parlamentari che hanno portato il ricordo personale del loro lavoro al fianco di Jo Cox.
Attimi di commozione hanno, così, interrotto una giornata di intensa propaganda politica al ritmo di mercati che sembrano già celebrare una vittoria di Remain. Gli ultimi sondaggi confermano il ritorno con discreta forza dell’opzione unionista dopo che per una settimana i divorzisti sembravano aver conquistato il cuore dei votanti. Due sondaggi (YouGov and Survation) indicano un marginale vantaggio per Remain ( tra i 2 e i 3 punti di scarto) dopo il gap di 6 –7 a favore di Leave registrato la scorsa settimana. Il trend è destinato ad aumentare dopo il pronunciamento di simboli della britishness.
Calcio, automobili e il viso sorridente di un mito dell’imprenditoria britannica hanno svelato la loro voglia di Europa. La nuova spinta per un sì all’Ue è giunta, infatti, dal mondo del pallone e da quello delle quattroruote fino a sir Richard Branson, fondatore di Virgin, prototipo della creatività imprenditoriale britannica. «Brexit sarebbe devastante per la prosperità del Regno Unito – ha detto il tycoon – e ve lo dice chi, come me, è noto per avere corso molti rischi nel business.Uscire dall’Unione europea è un azzardo che non voglio da imprenditore, da padre, da nonno… ricordo bene quanto fosse difficile lavorare prima della nascita dell’Ue».
Un richiamo ancor più significativo è giunto dai grandi produttori di auto e dall’associazione che li riunisce. Significativo perchè l’automotive in Gran Bretagna rappresenta una della grandi storie di successo della manifattura, nonostante i brand storici inglesi siano ormai in mano a stranieri oppure siano falliti. Jaguar, Land Rover, Toyota, Bmw, Vauxhall hanno emesso comunicati contro Brexit, un altolà firmato da un’industria che si appresta a bruciare, quest’anno, qualsiasi record e prevede di superare i 2 milioni di auto nel 2020. L’80% è esportato e tre quarti sui mercati europei a conferma che la membership dell’Ue e la condivisione del mercato interno sono condizioni essenziali per gli 800mila lavoratori del settore. Ian Robertson di Bmw ha riportato il Paese alla realtà, ricordando che, anche in caso di Brexit, gran parte della regolamentazione imposta dall’Ue e vista come intrusiva rimarrebbe in vigore. Mentre Mike Hawes per conto dell’associazione di categoria ha chiarito incertezze residue. «Non ci deve essere alcun dubbio sull’opinione dell’industria automobilistica alla vigilia di un voto così critico».
E non c’è più alcun dubbio sull’orientamento del mondo del calcio. Richard Scudamore in rappresentanza dei club di Premier League ha confermato che anche il pallone tifa Europa, perchè «sarebbe incoerente» predicare Brexit per uno sport e un business che sono inclusivi e aperti. Proprio l’approccio tanto Little England che Leave ha dato alla sua campagna aumenta il numero dei dissidenti. L’ultimo nome è pesante: la Baronessa Tory Sayeeda Warsi, da sempre brexiter, s’è ribellata alla piega razzista e xenofoba che l’Ukip ha dato alla campagna, denunciando una volta di più il manifesto che ritrae migliaia di rifugiati siriani in coda alle frontiere balcaniche sotto il titolo “Breaking point”. Un punto di rottura, crediamo, capace di sfilare a Leave anche il vantaggio fin qui avuto sul tema immigrazione.

Leonardo Maisano

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