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Sì all’ente «contro» gli ex manager

MILANO
L’ente può costituirsi parte civile contro i suoi (ex) manager anche se la società è in concordato preventivo. Non esiste in sostanza una “esclusiva” del commissario giudiziale per far valere i danni dell’ente fallito (e con strascichi tra l’altro di bancarotta).
Con una lunga motivazione la Quinta sezione penale della Cassazione (sentenza 5010/16 depositata ieri) entra nella intricata vicenda della Fondazione San Raffaele del Monte Tabor, tornando a fissare una serie di princìpi nella relazione tra la procedura concorsuale, il procedimento penale e quello civile per il ristoro dei danni (diretti e di immagine) patiti dall’ente “spolpato”.
Tra i motivi del ricorso presentato dall’imprenditore Pierino Giuseppe Zammarchi – amministratore della Diodoro Costruzioni srl – condannato in appello per associazione per delinquere e bancarotta per distrazione, figurava anche la costituzione di parte civile, sotto due profili: l’iniziativa di costituirsi operata dalla Fondazione San Raffaele da un lato (in concorso con quella adottata dai commissari giudiziali) e, in seconda battuta, la costituzione di parte civile sottoscritta dagli stessi commissari anche per un reato non di bancarotta, cioè l’associazione per delinquere contestata all’imputato.
Sul primo punto la Quinta ha respinto le richieste della difesa, argomentando che l’invocato articolo 240 della legge fallimentare preclude l’iniziativa dei singoli creditori quando vi sia la costituzione del curatore, ma «è sempre salva la facoltà del singolo creditore di far valere una richiesta di risarcimento a titolo personale» (sentenza 5447/09). Tantopiù, nel concordato preventivo – che è l’ipotesi di causa – il debitore conserva l’amministrazione dei suoi beni e l’esercizio dell’impresa sotto la vigenza del commissario giudiziale, vale a dire che nel caso specifico la Fondazione «mantiene i propri organi rappresentativi ed il potere di chiedere il risarcimento dei danni radicati in capo all’ente stesso».
Sotto il secondo profilo, a giudizio della Cassazione la legge non limita nè esclude la legittimazione del Commissario a ottenere il risarcimento nell’interesse del fallito o della massa dei creditori per reati diversi (in materia di reati tributari si veda il precedente 14729/08), potendosi quindi includere il reato specifico di associazione per delinquere. Nel caso della Fondazione, inoltre, tra i danni liquidabili in via breve dal giudice penale c’è anche quello di immagine, stante il «rilievo internazionale dell’istituto» e il «palese pregiudizio» patito dal coinvolgimento criminale.
Tra gli altri principi ribaditi dalla Quinta, la legittima acquisizione da parte del giudice penale della Ctu resa nel processo fallimentare (quale «prova documentale rappresentativa») e, inoltre la qualificazione della bancarotta come reato di pericolo a dolo generico (quindi non è necessario che l’agente abbia consapevolezza dello stato di insolvenza dell’impresa).
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