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Si allenta la tensione sugli spread in Europa: BTp-Bund a 455 punti

di Luca Davi

Che sia già svanito l'effetto della mossa pro-liquidità concertata tra le principali banche centrali? A giudicare dall'esito dell'ultima giornata borsistica si direbbe di sì. No, invece, ad osservare l'andamento del mercato obbligazionario sovrano, che ieri ha tirato un'importante boccata d'ossigeno con un significativo raffreddamento degli spread.
Quasi tutti gli indici azionari mondiali invece hanno registrato un calo che, sebbene non eccessivo, ha comunque interrotto il rally degli ultimi giorni. Si va dal -0,16% di Milano al -0,87% di Francoforte passando per il -0,29% di Londra e il -0,78% di Parigi. In flessione ha chiuso anche Wall Street, dove l'S&P 500 ha perso lo 0,19% e il Dow Jones lo 0,21%. Tuttavia, se si fa riferimento ai semplici dati statistici, va detto che negli ultimi due anni a ogni rally del 3% messo a segno dall'S&P 500 è sempre seguita una frenata nella seduta successiva. Un po' come dire che quello di ieri era in fondo un calo da mettere in conto. Non solo. Molti analisti si sono meravigliati di una reazione persino moderata (al ribasso) rispetto ai forti guadagni della giornata precedente. La seduta di ieri, in sostanza, non è stata contrassegnata «né da forti operazioni di short selling né da violente prese di profitto» ha spiegato Colin Cieszynski, chief market strategist di Cmc Markets, ai suoi clienti.
Più probabilmente, allora, a smorzare l'effetto benefico della decisione di mercoledì, quando le banche centrali mondiali hanno concordato di tagliare i tassi di interesse sulle operazioni pronti contro termine in dollari, sono state alcune notizie macro economiche. A partire dai dati relativi alle richieste settimanali dei sussidi di disoccupazione negli Stati Uniti, che nella settimana terminata il 26 novembre sono tornate a sorpresa sopra quota 400mila. Un dato, questo, capace di sgonfiare da solo i listini europei che fino a quel momento si erano tenuti in territorio positivo. Un po' di pessimismo, a dire il vero, in giornata lo aveva sparso anche il dato sulla produzione manifatturiera cinese che nel mese di novembre ha vissuto il suo maggior calo in 32 mesi.
Neppure la diffusione dell'indice Pmi manifatturiero dell'Ism di novembre – superiore alle attese degli analisti – è bastata a bilanciare l'effetto negativo della smentita di una possibile trattativa tra Italia e Fmi a proposito di un eventuale sostegno finanziario. È a quel punto, alle 16.30 ore italiane, che gli indici europei sostanzialmente hanno ripiegato in ribasso.
La giornata degli spread
Di tutt'altro segno è stato invece l'andamento del mercato obbligazionario, che ieri ha visto allentare le tensioni sui titoli di Stato di alcuni Paesi del Vecchio Continente, come Francia, Spagna e Italia. Complice il buon andamento delle aste mattutine di Madrid e Parigi (per dettagli si veda l'articolo sotto), gli spread dei rendimenti dei titoli spagnoli sulla scadenza decennale sono scesi di 52 punti base per la Spagna (con un rendimento al 5,65%) e di 23 punti per la Francia (al 3,13%). In calo anche lo spread del BTp italiano sul Bund, sceso a 455 punti base dai 482 della seduta precedente (-27 punti, al 6,78%), dopo aver toccato un minimo di 442 punti a metà pomeriggio.
Tutto bene, dunque? Di sicuro «i motivi di conforto ci sono», afferma un analista obbligazionario. Il ritorno del rendimento del decennale sotto la soglia psicologica del 7% è infatti il segnale più evidente del parziale rasserenamento di un mercato ancora in forte tensione. Ma ciò che forse è più positivo è che ieri a mostrarsi reattiva è stata in particolare le prima parte della curva, quella sulle scadenze a breve, ovvero i titoli che non sono entrati nel mirino degli acquisti della Bce. Il rendimento del BTp a 2 anni, che lo scorso novembre era salito all'8,24%, il record dai tempi dell'euro, ieri è sceso al 6,17%, in calo di 65 rispetto alla seduta precedente. «È la spia – afferma l'analista – che gli investitori confidano nel varo di quelle misure che servono ad allentare la crisi del debito dell'Eurozona».
E ieri, forse, di queste misure se ne è avuta un'anticipazione: la Germania ha fatto sapere di voler proporre la creazione di speciali fondi nazionali che garantiscano il debito sovrano della zona euro oltre il 60% del prodotto interno lordo del singolo Stato. Fondi che dovrebbero essere sostenuti dalle entrate pubbliche e smantellati entro 20 anni. E che, soprattutto, non dovrebbero prevedere la «condivisione» del debito.

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