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«Sì alle misure Bce, ma non siano un alibi» Merkel sull’Italia: non fermate le riforme

Quando tempo fa le chiesero cosa la rendesse orgogliosa della sua Germania, Angela Merkel diede una risposta sorprendente, ma illuminante: «I nostri infissi, che si chiudono isolando perfettamente le finestre». 
E’ bene tenerlo a mente, per non farsi illusioni e alimentare attese eccessive intorno all’offensiva della bellezza, lanciata ieri sera da Matteo Renzi dall’arengario di Palazzo Vecchio. Accogliendo come un principe rinascimentale la cancelliera tedesca nella sua splendida Firenze, il presidente del Consiglio non ha nascosto l’intenzione di volerla impressionare con il fascino abbacinante della sua storia, dei suoi monumenti, della sua cultura europea.
Ma da politico accorto, Renzi sa bene che la signora venuta da Berlino nulla ha a che vedere con quelle fragili creature anglosassoni che in riva all’Arno, sopraffatte da tanta bellezza, perdevano i sensi, vittime della sindrome di Stendhal. Forte della sua formazione scientifica e del prosaico retaggio tedesco-orientale, Angela Merkel sa sicuramente apprezzare il bello, ma non perde mai di vista la sostanza. Le finestre, appunto.
E’ per questo che le fonti berlinesi hanno messo in guardia dal legare troppe aspettative al vertice fiorentino. «La visita in Italia è un gesto personale della cancelliera nei confronti del premier italiano, che lei stima e sostiene pienamente nei suoi sforzi riformatori. Ma non bisogna aspettarsi alcun cambiamento di linea da parte del governo tedesco». Del resto, se mai ce ne fosse stato bisogno, è stata la stessa Angela Merkel, ieri dal podio di Davos, a rimettere, per dirla con Rudi Garcia, la chiesa al centro del villaggio. Così, nel suo intervento al World Economic Forum, Merkel ha caratterizzato come «ambiziose» le riforme che «finalmente» Renzi sta realizzando in Italia, definendo «importante» la presenza del nostro premier in Svizzera. Ma ha subito accompagnato la carota delle lodi, con il bastone del suo tradizionale richiamo: «Questo è il momento per i Paesi dell’eurozona di fare i compiti a casa sul risanamento dei conti». Parlava, la cancelliera, pochi attimi prima che Mario Draghi sfoderasse il bazooka del quantitative easing e, dopo aver pagato un rispetto formale all’indipendenza della Bce, Merkel ha ammonito che «qualsiasi decisione venga presa da Eurotower, non può aver precedenza sulle riforme strutturali dei Paesi europei», che vanno attuate o proseguite con «decisione».
Detto altrimenti, il segnale di «libero» all’azione della Banca europeo il governo tedesco lo ha dato a malincuore. Al fondo, dicono le fonti, rimane «un profondo scetticismo» sugli effetti reali dell’azione di Draghi. E’ cio che serve adesso ? «No, perché c’è gia abbastanza liquidità in giro». Quanto alla reazione positiva dei mercati, era scontata, «ma non è ciò che serve all’economia reale». Il rischio vero è che i tassi bassi distolgano i governi impegnati nelle riforme dal proseguire in sforzi che rimangono «assolutamente indispensabili».
Eppure non è solo una fatica di Sisifo, quella del presidente del Consiglio, che ieri sera ha mostrato all’ospite tedesca le meraviglie degli Uffizi e del Corridoio vasariano e che stamane discuterà con lei d’Europa all’Accademia, all’ombra del David di Michelangelo.
Intanto perché, dicono le fonti, la visita di Merkel è un «gesto esplicito di solidarietà e di amicizia» verso un leader che lei sente «molto vicino per carattere e per un approccio politico tutto improntato al pragmatismo». Un gesto tanto più opportuno, in una fase piuttosto bassa dei rapporti italo-tedeschi, segnata da incomprensioni e perfino da straniamento.
Ma Firenze può essere anche la cornice giusta per un confronto meno arido e asfittico di quello su percentuali e bilanci: «Quale posto migliore della culla del Rinascimento per discutere dell’identità europea, riaffermandone le ragioni profonde, di fronte ai pericoli del terrorismo islamico e dei nazionalismi che minacciano la casa comune?», fa osservare un ex ministro tedesco.
Se questo è vero, tornando a Sisifo, la lettura del mito incarnata da Matteo Renzi sembra essere quella di Albert Camus: lo sforzo sarà anche inutile, ma è assolutamente necessario. In questo senso, diceva il francese, «bisogna considerare Sisifo felice». La faccia di Matteo Renzi ieri sera sembrava confermarlo.

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