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Sì all’avvocato-amministratore

L’avvocato può fare l’amministratore di condominio. Questa la conclusione della Commissione consultiva del Consiglio nazionale forense, che ha approfondito la questione e, contrariamente a quanto affermato in un primo momento nelle faq diffuse sul sito del Cnf, è giunto alla conclusione della compatibilità della gestione dei condomini con la professione forense.

Questo perché l’amministrazione di condomini non è una vera e propria professione. Ma significa anche che per i redditi dell’attività di amministrazione condominiale gli avvocati devono pagare i contributi previdenziali alla cassa forense.

Vediamo le motivazioni.

Il problema della compatibilità si è posto dopo l’approvazione della nuova legge professionale per gli avvocati (legge n. 247/2012) e della legge di modifica della disciplina del condominio degli edifici (legge n. 220/2012).

La configurazione dell’attività di amministrazione condominiale come attività professionale poteva far pensare a una incompatibilità, secondo la disciplina della nuova legge forense. Ai sensi della legge di riforma dell’avvocatura, infatti, ci sono quattro cause di incompatibilità con la professione forense. Nessuna di queste, però, riguarda l’attività di amministratore di condominio.

Non ricorre l’ipotesi di gestione di imprese commerciali (incompatibile con l’avvocatura). Questo perché il rapporto che intercorre tra condominio e amministratore, dice il Cnf, è assimilabile al mandato con rappresentanza, con la conseguente applicabilità delle disposizioni sul mandato. Proprio al mandato si riferisce la legge di riforma del condominio negli edifici.

Quindi l’amministratore del condominio è il mandatario con rappresentanza di persone fisiche (i condomini), che non esercitano attività professionale o imprenditoriale: quindi l’amministratore, non agendo in proprio, non esercita nemmeno attività di impresa commerciale in nome altrui.

In secondo luogo l’amministratore di condominio non è un dipendente del condominio e tra amministratore e condominio non si conclude un contratto di lavoro subordinato (esclusa, dunque, l’incompatibilità della professione forense con un’attività gestita in regime di lavoro subordinato).

In terzo luogo il condominio non è una società e questo è sufficiente per escludere l’incompatibilità tra professione legale e amministrazione di società.

Resta da verificare la causa di incompatibilità dell’attività di lavoro autonomo svolta continuativamente o professionalmente. Anche questa non ricorre. Il Cnf rileva che l’attività di amministratore di condominio è un mandato con rappresentanza conferito da persone fisiche, in nome e per conto delle quali egli agisce. Ma l’esecuzione di mandati, consistenti nel compimento di attività giuridica per conto ed (eventualmente) in nome altrui è esattamente uno dei possibili modi di svolgimento dell’attività professionale forense. Inoltre la circostanza che essa sia svolta con continuità non è in contrasto con la legittimità dell’amministrazione di condominio quale esercizio della professione.

Un ultimo profilo è quello dello svolgimento dell’attività di amministrazione di condominio quale altra attività professionale.

Tuttavia, si legge nel parere, la legge 220/2012 di riforma del condominio non ha innovato la figura dell’amministratore e non ha trasformato l’esercizio della relativa attività in una professione vera e propria, o quanto meno in professione regolamentata.

Non è stato istituito né un albo, e neppure uno specifico registro degli amministratori di condominio. Non basta a farne una professione il fatto che si debbano seguire corsi di aggiornamento. Se amministrazione di condominio e attività forense sono compatibili, allora questo produce conseguenze anche sul piano della disciplina fiscale e previdenziale: il relativo da amministrazione di condomini deve considerarsi a tutti gli effetti di natura professionale e quindi, tra l’altro, soggetto anche a contribuzione a favore della Cassa nazionale di previdenza e assistenza forense.

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