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Si allarga la forbice con Pechino

Secondo Rory Green, della londinese TS Lombard, il Governo prevede di espandere i prestiti agevolati alle Pmi «per mantenerle solventi» e scongiurare licenziamenti. Ma a far da traino nella creazione di nuovi posti di lavoro saranno le infrastrutture.

Le esportazioni tengono meglio del previsto, il traffico merci su rotaia rimbalza e i cinesi tornano a comprare auto, soprattutto elettriche: mentre l’economia globale resta impantanata negli strascichi del coronavirus, la Cina costruisce la sua lenta ripresa e alla fine del 2020, quello della recessione epocale, potrebbe emergere come uno dei pochi Paesi con segno più davanti alla variazione del Pil.

È, per esempio, la previsione della Banca mondiale, che in un report di lunedì stima per il gigante asiatico una crescita dell’1%: è il risultato peggiore dal 1976, ma si confronta con la contrazione del 6% attesa negli Usa e del 9% nell’Eurozona. Se per quest’anno la forbice tra Cina e Occidente si allarga rispetto al passato, potrebbe però tornare a chiudersi nel 2021, con il più marcato rimbalzo atteso nelle economie più colpite dalla pandemia.

Anche l’Fmi, ad aprile, stimava per la Cina una crescita attorno all’1% e la maggior parte degli analisti scommette su un dato compreso tra l’1 e il 2%. A patto che Pechino sappia e voglia schivare le insidie sul suo cammino, a cominciare dalla possibile escalation con gli Stati Uniti e dall’apertura di un fronte con l’Europa, per l’opaca gestione della pandemia, la propaganda di Pechino e i fatti di Hong Kong.

Per il momento, gli indicatori economici ritraggono maggio come il mese del risveglio dell’economia cinese, che aveva archiviato il primo trimestre con un crollo storico del 6,8% e un clima così incerto da portare il regime a rinunciare al target di crescita per il 2020. Anche questa una svolta epocale.

Tra i segnali recenti più positivi, c’è il primo aumento delle vendite di auto in quasi un anno: a maggio sono salite dell’1,9% rispetto a un anno prima, stando ai dati della China passenger car association (Cpca). Funzionano gli incentivi varati dal Governo e gli sconti offerti dalle case automobilistiche. Le prospettive restano però grigie: le vendite di auto per l’intero anno in Cina potrebbero calare di circa il 10% secondo la Pca. Più pessimista l’Associazione dei produttori di automobili, che prevede una flessione tra il 15 e il 25%.

Con la domanda globale depressa dalla pandemia, il canale dell’export resta debole per la Cina. Dopo il sorprendente rimbalzo ad aprile (+3,5%), a maggio le esportazioni sono tornate a scendere del 3,3% su base annua, ma comunque meno del previsto, grazie anche all’impennata di vendite di mascherine e dispositivi medicali, che hanno fatto registrare un picco di quasi il 90%, e alla domanda generata dai Paesi asiatici. Il parallelo crollo delle importazioni (-16,7%) ha spinto il surplus commerciale a livelli record. E questo potrebbe contribuire ad alimentare le tensioni con Washington.

Secondo Rajiv Biswas, di Ihs Markit, «con la revoca del lockdown in Europa e negli Stati Uniti, gli ordini per le esportazioni cinesi dovrebbero gradualmente riprendersi durante il terzo e il quarto trimestre». L’incertezza però domina e le previsioni per l’intero 2020 variano moltissimo. Per Zhang Yi, di Zhonghai Shengrong capital management, l’export subirà un calo, ma non superiore al 10%. Per Liu Liu di China International Capital Corporation, potrà al contrario addirittura dare un contributo positivo al Pil.

Altro recente segnale enfatizzato dall’agenzia di stampa Xinhua arriva dal trasporto merci su rotaia, «indicatore di attività economica su larga scala»: è aumentato del 3,9% su base annua a maggio, secondo i dati del China state railway group. Nel periodo gennaio-maggio, l’aumento è stato del 2,7 per cento.

Michael Spencer, capo economista di Deutsche Bank, è convinto che la ripresa cinese sarà «impressionante» e che nel secondo trimestre ci sarà un rimbalzo del 5-6% sui primi tre mesi dell’anno, grazie alla tenuta della domanda interna. L’indice Pmi del settore manifatturiero di maggio punta in questa direzione, con una lettura (50,7) che segnala espansione dell’attività economica.

Sebbene Pechino non abbia fissato un obiettivo di crescita per il 2020, analisti come Zhu Min, ex vicedirettore dell’Fmi e capo del National institute of financial research dell’Università di Tsinghua a Pechino, calcolano che servirebbe un aumento del Pil di circa il 3% per riuscire a stabilizzare il settore finanziario, l’econmia reale e il mercato del lavoro, la vera priorità del regime per quest’anno. Il premier Li Keqiang ha dichiarato al Congresso nazionale del popolo che lo Stato si concentrerà sul mantenimento di un tasso di disoccupazione urbana (che lascia fuori metà della forza lavoro) di circa il 6% e sulla creazione di 9 milioni di nuovi posti di lavoro.

Secondo Bank of China, di fatto, l’obiettivo di crescita del Pil è desumibile da quelli stabiliti su occupazione, riduzione della povertà, deficit pubblico, politica monetaria: «Il target di crescita implicito per il 2020 è tra il 3 e il 3,5 per cento».

Per centrare gli obiettivi, potrebbe essere necessario un pacchetto di misure di sostegno più ampio di quello finora annunciato, sulla cui portata non c’è peraltro accordo tra gli analisti. Secondo Iris Pang, economista di Ing Economics, si attesterebbe tra il 6 e l’8% del Pil. David Qu e Chang Shu, di Bloomberg economics, salgono fino all’11 per cento.

Per Fitch Ratings, il Governo cinese sta adottando un approccio «contenuto», per evitare l’accumulo di rischi finanziari: il pericolo è quello di andare a gonfiare il debito delle province, già a livelli di guardia. Accanto a questi strumenti c’è poi l’azione della Banca centrale.

Per sostenere la crescita, la Cina sta facendo affidamento soprattutto su una maggiore spesa per le infrastrutture, ma ciò non aiuterà necessariamente le piccole imprese private, che rappresentano circa l’80% dell’occupazione urbana e il 60% del Pil. Molti dei posti di lavoro creati quest’anno saranno quindi legati a un settore dominato da grandi aziende statali, che hanno la quota di mercato maggiore nelle industrie pesanti e nell’edilizia. Questo renderà l’economia ancora più dipendente dagli spesso inefficienti e criticati giganti di Stato.

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