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Sì all’accordo sulla Brexit ma ora per May sarà dura

L’ok di ieri a Bruxelles all’accordo tra Europa e Regno Unito è soltanto il primo, ma cruciale passo sulla Brexit: ora il documento di quasi 600 pagine deve essere definitivamente approvato dal Parlamento europeo e soprattutto dalla Camera dei Comuni britannica, lo scoglio più duro da superare per la premier May e tutti. Per l’Europa “questo è l’unico patto possibile, altrimenti ci sarà il no deal”.
La “compravendita”
La premier ha due settimane di tempo per convincere i deputati britannici ad approvare l’accordo. Userà la pressione dell’opinione pubblica, già esortata a «mettere fine alle divisioni e unirsi per il bene del Paese” nella lettera che ha inviato ieri alla nazione, e ogni altro mezzo: come la nomina a cavaliere di John Hayes, conservatore ultra brexitiano intenzionato a votare contro l’intesa ( cambierà idea ora che è “sir”?), o il mezzo miliardo di sterline di aiuti pubblici ancora da versare nelle casse degli unionisti nord- irlandesi del Dup. Si parla anche di promesse, ricatti e minacce sotto banco: volete che i tabloid raccontino i vostri vizi privati? Ciononostante, l’opinione dominante è che l’accordo sarà bocciato: « Quello che domenica a Bruxelles è stato presentato come il battesimo della Brexit è in realtà il suo funerale», commenta Matthew d’Ancona sul Guardian.
Voto in parlamento
Il 10 o forse il 12 dicembre la Camera dei Comuni deve ratificare o bocciare il patto approvato dalla Ue. Se la mozione passa, anche il Parlamento europeo ratifica l’accordo e il 28 marzo 2019 il Regno Unito esce formalmente dalla Ue aprendo dunque una fase di transizione in cui nulla cambia nella sostanza, durante la quale le parti negoziano i futuri rapporti economici, commerciali e diplomatici, inclusi diritti di pesca e questione Gibilterra. Se la mozione è respinta invece, ci sono tre possibilità: dimissioni di May, con primarie nel partito conservatore, elezione di un nuovo leader che diventa automaticamente premier e prova a formare un governo per riaprire il negoziato con Bruxelles o uscire dalla Ue con il temuto ” no deal”; elezioni anticipate; secondo referendum sulla Brexit. Ma se nel frattempo crollano sterlina e borsa è possibile un secondo voto parlamentare sull’accordo alla Camera dei Comuni.
E se ci fosse il No Deal?
S’imporrebbe in automatico dal 30 marzo il sistema tariffario dell’Organizzazione del Commercio Mondiale ( Wto). Si calcola un danno per il Pil britannico che va dal 2 all’8% complessivo nei prossimi 15 anni. Il confine Irlanda-Irlanda del Nord diventerebbe immediatamente “hard”, duro, con possibili gravi conseguenze per la pace nella regione. Diverse società di servizi e banche nella City oltre a grandi industrie ( per esempio auto) potrebbero decidere di traslocare. In teoria, a causa delle autorizzazioni di volo scadute, potrebbero rimanere a terra molti aerei passeggeri e cargo.
Chi sono i nemici di May
Innanzitutto i suoi colleghi conservatori per la Brexit dura e pura, come Boris Johnson e Jacob Rees- Mogg: per loro questo patto significa sottomettere Londra all’Europa, legandola a Bruxelles per almeno altri due anni e senza diritto di uscirne autonomamente. Ma anche diversi tories europeisti sono preoccupati dal fatto che questo accordo potrebbe spaccare il Regno Unito, perché sottopone l’Irlanda del Nord a un regime semi- autonomo, in una sorta di mercato comune europeo, ponendo dunque un confine tra Belfast e Gran Bretagna. Per la stessa ragione, anche i dieci parlamentari del partito unionista nordirlandese Dup hanno annunciato che voteranno contro.
Il caso Corbyn
Il leader laburista ha detto che il suo partito non appoggerà il piano May perché non proteggerebbe i posti di lavoro e inoltre vorrebbe una unione doganale con l’Ue permanente, ma la partita è tutta da vedere perché ci sono decine di ribelli anti- Corbyn che potrebbero ” responsabilmente” appoggiare il piano May. Voci anche di un patto tra il leader del Labour e quella Tory ( ok a accordo con Ue in cambio di elezioni anticipate), ipotesi sinora smentita dagli interessati. I suoi collaboratori però, fanno notare a Corbyn che riuscirebbe a vincere le elezioni solo se conquistasse gran parte dei britannici pro- Ue, sinora senza rappresentanza politica. Questo potrebbe far cambiare linea al leader Labour.
“Ricomincio da capo”
Una cosa è certa: in ogni caso, come nel ” giorno della marmotta” del cult film Groundhog Day, gli inglesi sembrano condannati a continuare a discutere della Brexit ancora per lungo tempo. Fino a quando, come il Bill Murray protagonista della pellicola, non usciranno dall’incantesimo di cui sono caduti prigionieri: credere che uscire dalla Ue sia un vantaggio. Anziché uno storico danno.

Enrico Franceschini

Antonello Guerrera

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