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Sì alla fiducia, il Jobs act ora è legge

Il Jobs act è legge, grazie al voto di fiducia ieri sera al Senato. Ma produrrà effetti solo quando arriveranno i decreti applicativi. Quello approvato è infatti un disegno di legge delega al governo, affinché emani, entro sei mesi, sei decreti di riforma del mercato del lavoro. Il primo dovrebbe arrivare entro qualche settimana, perché il governo vuole che la principale novità, cioè il contratto a tutele crescenti, che elimina l’articolo 18 sulle nuove assunzioni, venga applicato il prima possibile. Magari già a gennaio, considerando che bisognerà comunque aspettare il parere non vincolante che il Parlamento dovrà esprimere entro un mese dal primo decreto attuativo. Per bruciare i tempi il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ha chiesto ieri mattina il voto di fiducia sul provvedimento, come previsto. Non ci sono state sorprese e la riforma è passata con 166 sì, 112 no e un astenuto. Quest’ultimo è stato il voto della senatrice grillina Serenella Fucksia, che si è differenziata dagli altri parlamentari del Movimento 5 Stelle che invece hanno votato contro. 
A favore Pd e Ncd. La sinistra del Partito democratico, pur non condividendo i contenuti della riforma, ha deciso di votare la fiducia, «per senso di responsabilità», ha detto Federico Fornaro a nome dei 27 senatori della minoranza dem. Senza il loro sì il governo avrebbe rischiato di cadere. Ora promettono: «Vigileremo sui decreti», ma come detto il parere del Parlamento non è in questo caso vincolante. Dalla decisione della minoranza Pd si è distinto Corradino Mineo che non ha votato la fiducia. I senatori di Sel hanno esposto cartelli di protesta contro il superamento dell’articolo 18 (diritto al reintegro nel posto di lavoro per chi viene licenziato senza giusta causa). Contraria alla riforma, ma per motivi diversi, anche Forza Italia, secondo la quale il Jobs act è «un vestito sotto il quale non c’è niente: non creerà posti di lavoro».
Subito dopo il voto, il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, ha esultato su Twitter: «Il Jobs act diventa legge. L’Italia cambia davvero. Questa è #lavoltabuona. E noi andiamo avanti». Secondo Poletti, il testo è stato «migliorato» in Parlamento. Con la riforma, aggiunge, il mercato del lavoro diventerà «più semplice ed efficiente, soprattutto per i giovani». Verranno ridotte «le forme contrattuali, eliminando quelle più precarizzanti» e sarà riorganizzato il sistema degli ammortizzatori sociali «per renderli universali».
Il capogruppo di Ncd, Maurizio Sacconi, che ieri non ha potuto partecipare al voto per motivi di salute, plaude alla delega, affermando che ormai «dobbiamo lasciare alle nostre spalle l’articolo 18 con tutto il suo bagaglio di ostilità all’impresa e di accanimento ideologico». Di cui ha fatto le spese anche Antonio Boccuzzi deputato del Pd, ex operaio sopravvissuto al rogo della ThyssenKrupp, che ha ricevuto insulti, accuse di tradimento verso i compagni morti e minacce di morte in Rete dopo aver votato la fiducia al Jobs act. Ieri è stato lo stesso Renzi a voler esprimere la sua solidarietà a Boccuzzi, vittima di «accuse immorali e ingiuste».
Intervenendo su Radio 2 a Un giorno da pecora , l’ex ministro del Lavoro, la professoressa Elsa Fornero, ha dato il suo voto alla riforma: «Sei meno». Nella stessa trasmissione, un altro ex ministro del Lavoro, ma della minoranza pd, Cesare Damiano, è andato oltre: «Il voto giusto è sei meno meno».
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