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Sì alla confisca diretta anche per i reati tributari

No alla confisca per equivalente; sì a quella diretta. La Corte di cassazione torna a esprimersi sulla questione delle misure cautelari nel penale tributario alla luce dei recenti chiarimenti forniti dalle Sezioni unite. La Terza sezione penale, con la sentenza n. 18311 depositata ieri, annulla un’ordinanza del Tribunale di Teramo con la quale era stato confermato il decreto del Gip che aveva messo “sotto chiave”, con la misura del sequestro preventivo per equivalente, le somme contenute in un conto corrente intestato alla società. Numerose le violazioni contestate e tutte in materia tributaria al rappresentante legale della società.
La Cassazione da una parte ricorda quanto sostenuto poche settimane fa dalle Sezioni unite con la sentenza n. 10561 del 2014: per i reati tributari, constatata l’impossibilità di applicare il decreto 231/01, la misura per equivalente non è possibile. A meno che l’accusa non riesca a dimostrare che la società in realtà non è che uno schermo fittizio utilizzato per la commissione dei reati. Per la Cassazione le motivazioni del tribunale di Teramo sono invece assai gracili e fanno leva, per corroborare la confisca per equivalente in capo alla persona giuridica, sull’assunto tout court della provata esistenza del rapporto organico esistente tra il soggetto indagato della società, facendo discendere dalla mera disponibilità dei beni societari da parte dell’indagato la possibilità di sequestrarli prima e di confiscarli poi».
In realtà, la confisca per equivalente deve discendere da specifiche disposizioni e, spesso, sottolinea la Corte, è proprio la persona giuridica a essere danneggiata dal reato tanto da promuovere poi azioni di responsabilità contro l’amministratore che l’ha esposta alle conseguenze civili del reato. È poi assolutamente normale, avverte ancora la sentenza, la disponibilità di beni societari da parte dell’amministratore, ma questa disponibilità deve essere ritenuta, fino a prova contraria, nell’interesse della società stessa.
Nulla da fare allora? Non proprio, perché la Cassazione ricorda che è invece possibile, anche dopo il giudizio delle Sezioni unite, un’altra forma confisca, quella diretta, su beni riconducibili al profitto del reato tributario compiuto dagli organi della persona giuridica; beni nella loro disponibilità personale o in quella della persona giuridica. È vero, ammette la sentenza, che si tratta di una strada più impervia: bisogna infatti dimostrare che ci si trova davanti al profitto del reato, con tutte le difficoltà che questo comporta, tenuto conto che il profitto, nel caso dei delitti fiscali, coincide generalmente con un risparmio di spesa. Difficoltà che hanno portato le Sezioni unite a sollecitare l’inserimento dei reati tributari nella lista del decreto 231/01.
Tuttavia, conclude la sentenza, la prova del profitto del reato può essere considerata raggiunta quando emerge dagli atti che somme equivalenti a quelle sottratte al pagamento dell’Erario sono state utilizzate dalla società, nello stesso periodo temporale, o in quello successivo, per operazioni come il saldo di debiti con fornitori o il pagamento degli stipendi.

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