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Sì al sequestro sui beni di imprenditore o società

È pienamente legittimo il sequestro di 100 milioni sui beni di Emilio Riva, deceduto il 29 aprile scorso, per il reato di associazione a delinquere finalizzata al compimento di una serie di truffe. La misura infatti può incidere indifferentemente sui beni dell’imprenditore e su quelli della società che dal reato ha tratto vantaggio. Lo puntualizza la Corte di cassazione con la sentenza n. 21227 della Seconda sezione penale depositata ieri. La difesa aveva sostenuto, tra l’altro, la mancata individuazione da parte del Gip di Milano di un beneficio economico da parte di Riva per effetto delle condotte contestate. Per gli avvocati, infatti, il Gip non aveva tenuto conto del principio di sussidiarietà dell’istituto della confisca per equivalente.
Tuttavia, per la Cassazione, l’articolo 322 ter del Codice penale non prevede che il profitto del reato sia conseguito personalmente dall’autore del fatto, ma suggerisce invece il contrario quando esclude la confisca nei confronti di una persona estranea al reato. «Implicando l’eccezione, a contrario, che se la destinazione finale del profitto raggiunga un terzo che non possa comunque considerarsi estraneo al reato, la confisca per equivalente dei beni del colpevole debba ritenersi ugualmente legittima».
Questi principi trovano poi un’applicazione caratteristica proprio nei casi in cui sono coinvolte società o enti collettivi privi della capacità di assumere la qualifica di imputato, ma comunque identificabili come strumenti del reato. La tesi della difesa, che puntava a una responsabilità esclusiva della persona giuridica, è bocciata dalla Cassazione, che mette in luce come, a volerla seguire, la conseguenza (paradossale) sarebbe che lo schermo societario metterebbe sempre al riparo la persona fisica, che ha commesso il reato, dalle sanzioni patrimoniali collegate alla condotta incriminata. In questo modo, tra l’altro, verrebbe trascurato come l’ente collettivo può essere considerato centro autonomo di imputazione di effetti giuridici solo grazie all’agire della persona fisica che lo rappresenta.
«In altre parole – sottolinea la sentenza – il profitto diretto e immediato del reato può essere conseguito solo dal soggetto fisico che agisca come organo o rappresentante dell’ente, a nulla rilevando che esso sia riversato a favore di quest’ultimo, perché ciò può comportare solo l’estensione delle sanzioni patrimoniali a carico dei soggetti non persone fisiche, non l’esclusione delle sanzioni nei confronti dell’autore materiale del fatto».
Pertanto, nel caso di concorso di più persone in uno dei reati compresi nell’elenco dell’articolo 322 ter del Codice penale e del contemporaneo interessamento di una società, il sequestro preventivo finalizzato alla confisca può essere applicato in maniera contestuale e indifferente sui beni dell’ente che dal reato ha avuto un vantaggio e su quelli della persona fisica che ha commesso il delitto. Con l’unico limite, precisa la Corte, per cui la misura cautelare non può eccedere il valore complessivo del profitto stesso.

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