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Sì al Jobs act, contratto a tutele crescenti al via

Con 166 voti a favore, 112 no ed 1 astenuto il Senato ha votato la fiducia al governo approvando definitivamente la legge delega, meglio nota come Jobs Act, ieri in terza lettura. Le minoranze del Pd, nonostante la contrarietà alla fiducia, hanno votato «sì» per «senso di responsabilità» e tra le fila dei Dem il dissenso è arrivato solo dai civatiani (Casson e Ricchiuti non hanno partecipato al voto, Mineo si è espresso per il no). 
«L’Italia cambia davvero. Questa è #lavoltabuona. E noi andiamo avanti», ha commentato in serata il premier Matteo Renzi che prima del voto, intervenendo ad un question time alla Camera, aveva espresso solidarietà ad Antonio Boccuzzi (Pd) – l’ex operaio Thyssen superstite del rogo nel quale morirono sette suoi colleghi, minacciato su internet per aver annunciato il suo voto a favore del Jobs Act – tra gli applausi di tutti i deputati del Pd. «Non copiamo le leggi da Confindustria – ha risposto Renzi a una domanda del giornalista Travaglio su La7 – io non sono andato all’assemblea di Confindustria, che ha gli stessi limiti di autoreferenzialità dei sindacati e di altre associazioni».
La legge contiene le deleghe al governo ad emanare entro sei mesi i decreti sul nuovo contratto a tutele crescenti, il riordino dell’assicurazione sociale per l’impiego (Aspi), i nuovi ammortizzatori sociali, i servizi per il lavoro e le politiche attive, il codice semplificato delle discipline e delle tipologie contrattuali, la razionalizzazione delle procedure e degli adempimenti, l’aggiornamento delle misure di tutela della maternità. Il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, ha sottolineato che «non sono le regole a produrre posti di lavoro, ma siamo convinti che un buon contesto aumenti le opportunità».
Il primo decreto delegato è atteso dal Consiglio dei ministri che si riunirà a metà dicembre – riguarderà il contratto a tutele crescenti – ragion per cui il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, prima di esprimere un giudizio sul Jobs Act ha detto: «Siamo in attesa di vedere i testi definitivi e i regolamenti attuativi».
Per i neoassunti con contratto a tutele crescenti cambierà la disciplina sulla tutela reale in caso di licenziamento illegittimo (articolo 18 dello Statuto dei lavoratori);L inoltre sarà riscritta la disciplina sui mansionamenti (articolo 13 dello Statuto) e sui controlli a distanza (articolo 4 dello Statuto). Il nuovo ammortizzatore sociale Aspi verrà esteso ai lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa, mentre si prevede il graduale superamento dei contratti a progetto, per la fruizione dei servizi per il lavoro nascerà l’Agenzia nazionale per l’occupazione. Chi beneficia del nuovo trattamento di disoccupazione (Aspi) dovrà attivarsi per trovare una nuova occupazione, partecipando a corsi di formazione o di riqualificazione professionale. La cassa integrazione non verrà più concessa per cessazione definitiva d’attività aziendale (o di un ramo di essa), i cassintegrati potranno essere utilizzati per attività utili per le comunità locali.
«Non c’è legge, contratto collettivo, giudice, ispettore, avvocato o sindacalista che possa assicurare dignità e libertà a chi lavora meglio della possibilità effettiva di cambiare azienda», ha commentato il relatore Pietro Ichino (Sc), riferendosi al decollo del contratto di ricollocazione destinato a chi perde il lavoro (con due anni di anzianità di servizio). «Partecipo con il cuore ad un voto di fiducia che conclude l’iter di un disegno di legge delega potenzialmente utile a completare l’impostazione di Marco Biagi nella combinazione di flessibilità e sicurezza», è il giudizio del capogruppo Ncd, Maurizio Sacconi, assente per motivi di salute: «Ora il governo è nudo nella sua responsabilità, la usi bene». Dal Pd, il capogruppo nella commissione Lavoro del Senato, Annamaria Parente, sottolinea che «è una riforma del lavoro che tocca nel profondo la vita un Paese», ed aggiunge: «La parola passa al governo, il Parlamento vigilerà sui decreti per la piena attuazione della delega».
A differenza della Camera – dove 30 deputati della minoranza Pd non avevano partecipato al voto – al Senato 27 senatori appartenenti alle varie aree della minoranza hanno firmato un documento critico, motivando il «sì» alla fiducia con la «convinzione profonda che il Paese non può permettersi una crisi al buio in questa difficile congiuntura economica e sociale». La partita si sposta sulla scrittura dei decreti delegati, con le minoranze Pd che potrebbero far sentire la propria voce rallentando l’iter dei Dlgs nelle commissioni parlamentari, che hanno fino ad un mese di tempo per esprimere il parere non vincolante per il governo. «Il tempo stringe e il governo farebbe bene ad accelerare la definizione del merito del confronto con il Parlamento – afferma il presidente della commissione lavoro della Camera, Cesare Damiano (Pd) -. Siamo contrari a schemi che peggiorino contemporaneamente le tutele e l’indennizzo in caso di licenziamento».
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