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Shopping estero sui BTp, cade il rendimento

La festa sui titoli di Stato dell’Eurozona, quelli che potremmo ormai chiamare gli ex-periferici, continua. Dopo essersi mostrati particolarmente resistenti al «Lunedì Nero» delle Borse, i BTp hanno nettamente spinto sull’acceleratore ieri, salendo al rialzo. Pure le azioni sono ripartite al galoppo in scia alle dichiarazioni distensive del presidente della Russia Vladimir Putin che ha dato l’ordine di sospendere le esercitazioni militari nei pressi del confine ucraino.
A fine giornata i rendimenti dei BTp a 10 anni sono scesi al 3,42%, minimo da ottobre 2005. La differenza tra il rendimento del BTp scadenza marzo 2024 e quello del Bund in scadenza il 15 febbraio 2014, il famigerato spread, è scivolata a 182. Anche in questo caso bisogna ripescare le statistiche: si tratta del livello più basso dal 2011, prima di quell’autunno in cui la crisi dell’Eurozona contagiò a tutti gli effetti l’Italia. C’è da dire che Roma non è un caso isolato, ma prende parte di un trend rialzista generalizzato che da diversi mesi sta riportando flussi di capitale stranieri verso i bond dell’Eurozona. Il rally di ieri ha riguardato anche i Bonos spagnoli che hanno registrato in chiusura uno spread con i Bund a 184 punti base e un rendimento del 3,44 per cento. Era dal 2006 che dalle parti di Madrid non si vedevano tassi così bassi sul mercato secondario.
Acquisti anche sui bond della Grecia, nonostante Atene abbia un debito “spazzatura” e viaggi da 12 mesi in deflazione. Il rendimento dei decennali è sceso di 11 punti base, posizionandosi sotto il 7% – che nel 2011 era considerata una soglia d’allarme per la sostenibilità nel lungo periodo del debito – al 6,93%. Non accadeva dal gennaio 2010, quattro anni fa, ma prima che Atene facesse ricorso al primo dei due piani di salvataggio elargiti dalla Troika. È invece leggermente risalito il Bund decennale (1,6%) dopo che ieri era sceso sotto questa soglia tecnica, considerata dagli analisti uno spartiacque nel delimitare le tensioni sui mercati.
Insomma il nastro del film sulle obbligazioni dei paesi euro sta tornando indietro. Ma chi sta comprando? «Sono perlopiù investitori istituzionali giapponesi e anglosassoni i primi acquirenti in questa fase dei titoli di Stato italiani e, più in generale, di quelli della periferia dell’Eurozona – spiega Angelo Drusiani, esperto obbligazionario di Banca Albertini Syz -. Di questo passo nell’arco dei prossimi due mesi potremmo vedere i BTp decennali scivolare al 3,25% e lo spread con il rispettivo Bund in area 150». Insomma ci potrebbe essere ancora un po’ di spazio per il rally sui titoli di Stato della (ex)periferia. Le prospettive per il Bund, invece, sono diverse. Nelle ultime settimane sono andate «tecnicamente scoperte» (come indicato dalla Bundesbank) due aste. «Su questi livelli (1,6% pagato dal decennale, ndr) l’appeal del Bund è ai minimi termini – continua Drusiani -. Se consideriamo che l’ultimo dato sull’inflazione nell’area euro era intorno all’1%, per un investitore rimane ben poco in termini reali». A detta degli esperti le probabilità che gli acquisti su Italia e compagnia bella proseguano nel corso del 2014 sono alte anche perché i grandi fondi hanno fame di cedole. «Nell’attuale fase di discesa dei tassi, i fondi di investimento internazionali vanno a caccia dei titoli che offrono rendimenti più alti perché a fine anno devono portare a casa una buona performance – spiega Paolo Balice, presidente di Aiaf, l’associazione degli analisti finanziari -. Questo spiega perché ora i rating dei Paesi europei contino meno rispetto ai rendimenti offerti. Il pensiero degli investitori è più semplice di quello che si possa credere. Vale ancora la rassicurazione di luglio 2012 di Draghi (il «whatever it takes» del governatore della Bce). Da quel momento il rischio di frammentazione dell’euro si è ridotto drasticamente e per questo lo sguardo degli investitori va più sui tassi offerti che non sui dati reali che, seppur in lieve miglioramento, non esprimono ancora un quadro effervescente». In fasi calde come queste, potenziali indicatori d’allarme – come può esserlo fra i vari il debito estero netto che nel caso di Paesi come Portogallo e Grecia è superiore al Pil – non contano più.

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