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Shopping estero marchi e aziende in saldo

di Maria Silvia Sacchi

La vendita dei super-yacht di Ferretti ai cinesi del Shandon heavy industry group-Weichai group ha rilanciato le paure: l'Italia è diventata un supermarket. Dove, però, gli unici a fare acquisti sono gli stranieri.
I francesi, soprattutto, che spaziano dalla moda (Bulgari, Brioni, Pucci, Fendi, Moncler…) all'alimentare (Parmalat), all'energia (Edison), alle banche (Bnl). Gli spagnoli (Telecom). Gli inglesi (attualmente avrebbero allo studio il dossier Brebemi). I russi (Lucchini, Gancia). E, poi — ultimi in ordine di tempo ma molto agguerriti — gli investitori dei Paesi di nuovo sviluppo. Gli arabi (Ferré) e, ben più ancora, i cinesi (dalle moto di Benelli agli yacht di Ferretti).
Un clima in cui si alimentano rumors continui. Su nuovi marchi della moda pronti a passare la mano, come Valentino possibile preda della spagnola Puig. Addirittura voci di scalate sulle banche tricolore, come Unicredit. Ipotesi, queste ultime due, entrambe smentite. Ma la preoccupazione c'è. Tanto che la scorsa settimana erano tornate a circolare voci di norme anti-scalata allo studio del governo, con la modifica delle norme sulle Opa (Offerte pubbliche di acquisto) per difendere le società italiane da attacchi esterni.
Strumenti
Aziende troppo piccole per reggere una competizione che ormai vuole la presenza contemporanea su decine di mercati del mondo e, dunque, una organizzazione da multinazionale? Aziende di prima generazione nel pieno di un delicatissimo momento come il passaggio generazionale? Un sistema-Paese che non funziona? Oppure è un cambiamento di prospettiva che riguarda tutti e non solo l'Italia. E cioè che è finito il tempo del legame emozionale tra impresa e suo territorio d'origine, per citare il pensiero del capo di Fiat Sergio Marchionne?
«No, Marchionne sbaglia — dice Santo Versace, presidente di Altagamma, l'associazione delle imprese dell'eccellenza italiana, presidente e azionista della casa di moda Versace e deputato eletto per il Pdl e oggi nel gruppo Misto —. Non a caso tutti i Paesi difendono le proprie imprese, basta guardare cosa fa la Francia. Difendere le imprese significa difendere i posti di lavoro, le tradizioni, la cultura. Però non è vero che abbiamo solo imprese che vengono acquisite, Prada ha comprato l'inglese Church, Luxottica ha comprato un marchio come Ray-Ban e adesso fa acquisizioni dalla Cina, al Messico, al Brasile… Il mercato è ormai un mercato libero. Certo anche l'Italia deve creare dei poli forti e per farlo bisogna che il socio occulto criminale, che è lo Stato, riduca le tasse. Abbiamo imprenditori straordinari, è il sistema-Paese che impedisce di crescere».
Occupazione
Il tema è all'attenzione del ministro per lo Sviluppo economico, Corrado Passera, pur con la considerazione di fondo che l'Italia è parte di un mercato libero e che per il Paese è un bene attrarre investimenti dall'estero se questi generano occupazione e risorse. Un buon modello è considerato quanto accaduto con Edison, il gruppo dell'energia dal quale i soci italiani sono usciti dopo un anno di trattative lasciando il capitale ai francesi ma prendendo in cambio l'ex Genco Edipower, nove centrali termo e idroelettriche distribuite lungo tutto il Paese, e mantenendo un fattivo rapporto di collaborazioni tra italiani e francesi, soprattutto nel gas.
Di fronte al succedersi di cessioni di marchi made in Italy, fonti del ministero spiegano che l'obiettivo è quello di far crescere le dimensioni delle nostre imprese perché siano sempre più quelle italiane ad andare ad acquisire all'estero. I primi interventi, con il decreto Salva-Italia, sono stati la defiscalizzazione alle fonte degli utili che l'azienda reinveste nella propria patrimonializzazione (la scarsa patrimonializzazione è uno dei problemi di molte imprese che restano, così, troppo fragili) e la detassazione del costo del lavoro sull'Irap. La seconda strategia è quella di spingere a formarsi le reti di impresa (articolo sotto). Infine, sul fronte dell'internazionalizzazione, dopo aver fatto rinascere l'Ice (Istituto per il commercio estero), il prossimo passo — d'accordo con il ministero degli Esteri per le rispettive competenze — sarà mettere ordine tra i molti interlocutori dell'internazionalizzazione, dalla Sace alla Simest, con l'obiettivo di avere un'unica cabina di regia nell'accompagnamento delle aziende, soprattutto piccole e medie, all'estero.

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