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Shell taglia 15 miliardi di spese per resistere al crollo del petrolio

La multinazionale petrolifera Royal Dutch Shell sconta a bilancio la caduta del prezzo del greggio e corre ai ripari con un maxi taglio degli investimenti da 15 miliardi. Un provvedimento che non soltanto vale grosso modo quanto una Finanziaria italiana, ma che non mancherà di avere ripercussioni su tutta l’industria petrolifera. Ieri il gruppo anglo- olandese ha annunciato di avere archiviato il 2014 con un utile netto di 15,052 miliardi di dollari, in flessione dai 16,371 dell’anno prima. Nel solo quarto trimestre del 2014, quando cioè il prezzo dell’oro nero ha cominciato una discesa praticamente senza sosta, i profitti netti di Shell sono crollati del 57% a 773 milioni di dollari. Ciononostante, la società pagherà agli azionisti un dividendo trimestrale di 47 centesimi di dollaro per azione, invariato rispetto all’anno precedente.
Soprattutto, però, ha colpito il modo in cui il gruppo ha deciso di fronteggiare il calo del petrolio, che ancora ieri, sui mercati delle materie prime, è sceso sotto i 44 dollari al barile, prezzi che non si vedevano dal marzo del 2009. Shell ha, infatti, annunciato un super programma di taglio degli investimenti da 15 miliardi di dollari in tre anni. Una mossa che non soltanto ha messo sotto pressione le azioni della stessa multinazionale (-4,3%), ma anche quelle di tutta l’industria petrolifera, perché ora si teme che le altre “sorelle” (Bp, Chevron, ed Exxon-Mobil, cioè le maggiori compagnie a controllo privato) possano imitare Shell e annunciare tagli agli investimenti. Così, ieri in Borsa le vendite sono scattate innanzi tutto sulle società attive nei servizi petroliferi, direttamente influenzate dalla decisione di Shell, come la Tenaris della famiglia Rocca (-4,3%) e la francese Vallourec (-3,8 per cento). Debole tutto il settore: a Piazza Affari, Eni ha lasciato l’1,78% e la controllata Saipem il 4,5 per cento. Quest’ultima ha risentito anche del giudizio negativo degli analisti di Credit Suisse, che proprio ieri hanno fatto sapere di preferirle la concorrente Technip, nonché delle recenti parole del numero uno dell’Eni, Claudio Descalzi. L’ad del gruppo del Cane a sei zampe ha aperto all’ingresso di un socio o a un aumento di capitale per Saipem dichiarando che «una diluizione della quota dal 43 sotto il 30% ci permetterebbe di deconsolidare il debito». Ad assistere Descalzi nel dossier è proprio la banca d’affari Credit Suisse. Chi invece per ora esclude di mettere in vendita parti del business è l’ad di Shell, Ben van Beurden, che ha spiegato che «è fondamentale evitare la deforestazione dei progetti di investimento » vendendo agli attuali, compressi, valori di Borsa.
Ma i gruppi petroliferi non sono gli unici a risentire del calo del greggio. Succede, per esempio, anche a Gazprom, poiché agli attuali prezzi l’oro nero rappresenta sempre di più un valido concorrente del gas. Ieri il colosso russo dell’energia ha annunciato di avere archiviato il terzo trimestre con un calo dell’utile netto del 61%, a 105,7 miliardi di rubli, circa 1,4 miliardi di euro. Numeri su cui, però, più di ogni altro fattore, ha pesato la crisi dell’Ucraina, tra i maggiori clienti di Gazprom.
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