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Shell in rosso per 7,4 miliardi Peggior trimestre da 16 anni

Royal Dutch Shell ha accusato una perdita netta di 7,4 miliardi di dollari nel terzo trimestre di esercizio, un risultato negativo che non ha precedenti negli ultimi sedici anni e che conferma una volta di più la difficile congiuntura che affligge l’Oil & gas nel mondo. La perdita record del colosso anglo-olandese si spiega con la cancellazione del progetto Alaskan Arctic per lo sfruttamento degli idrocarburi in Alaska e di quello di Carmon Creek in Canada per la trasformazione delle sabbie bituminose: quasi 5 miliardi di dollari andati in fumo, ai quali la compagnia ha aggiunto altri 3,7 miliardi di svalutazioni legate al peggioramento dell’outlook di lungo termine del prezzo degli idrocarburi.
Le perdite equivalgono al 5% del market value di Shell e sbattono fragorosamente con gli utili di 5,9 miliardi di dollari che la società fece registrare nello stesso periodo dello scorso anno. I ricavi nel terzo trimestre 2014 arrivarono a 108 miliardi di dollari, negli ultimi novanta giorni sono crollati a 68 miliardi.
Considerando l’andamento del trimeste al netto delle poste straordinarie – ovvero le perdite per la cancellazione dei progetti e per la correzione dell’outlook sui prezzi del barile – l’esercizio di Shell ha fatto registrare profitti per 1,8 miliardi, comunque in ribasso del 70% rispetto allo scorso anno. Numeri che hanno battuto, in negativo, le previsioni degli analisti. «Sono risultati piuttosto brutti ma prevedibili – ha commentato Jason Gammel di Jefferies – Shell doveva fare un po’ di pulizia del proprio portafoglio in vista della fusione con BG Group». Il gruppo anglo-olandese ha infatti confermato che l’acquisizione della società specializzata in gas, un deal da 70 miliardi di dollari, verrà completata come previsto all’inizio del 2016.
«La realtà – ha dichiarato Ben van Beurden, ceo di Shell – è che dobbiamo imparare a vivere con i nostri mezzi ai valori del greggio di oggi. Non è chiaro quando la situazione si stabilizzerà, è un periodo di grande volatilità». Nonostante l’operazione BG resti per Shell un deal capace di portare profitto, il ceo non ha negato la delusione per l’uscita dall’Alaska.
La risposta del gruppo ai numeri di ieri va ancora una volta nella direzione di tagli di personale. All’inizio dell’anno si era parlato di 6.500 licenziamenti, ma ieri sono state aggiunte alla lista mille posizioni in Malesia. Anche l’investimento in conto capitale era stato ridimensionato con una sforbiciata del 20%,che significa fissare un tetto a 30 miliardi di dollari. Misure in linea con il mantra di Ben van Beurden, secondo il quale alla luce del «difficile contesto che vive l’industria» Shell continuerà a perseguire una politica di contenimento dei costi.

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