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Shell, Eni e Total: sfida sulle rinnovabili

Solo pochi giorni fa Ben van Beurden, chief executive officer della Shell (la seconda major mondiale dopo Exxon) è stato chiaro: le energie rinnovabili? Non è più il momento di stare a guardare e poi decidere se saltarci dentro, noi siamo attivi e faremo delle acquisizioni. Qualcun altro, come la francese Total, lo ha già fatto la scorsa primavera spendendo più di un miliardo di dollari per Saft, produttore di batterie per immagazzinare energia solare. Più o meno nello stesso periodo anche l’Eni di Claudio Descalzi annunciava un piano per realizzare i suoi primi megawatt in pannelli solari. Solo segnali? Ormai non più, soprattutto dopo che l’accordo di Parigi sul clima è entrato formalmente in vigore e gli impegni presi nella capitale francese un anno fa da 195 Paesi devono trasformarsi in fatti.

La viaIl percorso non sarà lineare ma secondo la narrazione corrente il trend è ormai avviato: il «re» delle fonti di energia – il petrolio – è destinato all’abdicazione, e l’unico interrogativo sembra essere solo quando ciò accadrà. Per dare un’idea del sommovimento in atto basti pensare che se si volesse centrare l’obiettivo di limitare in due gradi l’innalzamento delle temperature del pianeta, la richiesta di energia al 2040 non solo dovrebbe crescere meno del 10% (con una popolazione mondiale in crescita da 7,2 a 9,2 miliardi di persone) ma la quota riservata al petrolio dovrebbe ridursi drasticamente (dal 31% al 22%) e quella delle rinnovabili più che raddoppiare (sopra il 30%).

Una progressiva sostituzione che andrebbe di pari passo con l’affermazione della mobilità elettrica. Ed è del tutto naturale che sia così, visto che più della metà del petrolio estratto nel mondo (il 54%) finisce nei serbatoi di qualche mezzo di trasporto, mentre il resto è utilizzato nella chimica, nell’industria e nella produzione di elettricità di molti Paesi emergenti che ancora si servono di olio combustibile.

Certo, anche qui il percorso appare lungo e tormentato: lo scorso anno lo stock globale di auto elettriche nel mondo ha superato la soglia simbolica del milione di unità ma rimane pur sempre un millesimo del parco mondiale di vetture. Tuttavia, con gli impegni alla decarbonizzazione già presi da Stati e istituzioni si può già prevedere che nel 2025 si arrivi a 30 milioni di veicoli elettrici, e a più di 150 milioni nel 2040. Il che significherebbe mettere fuori gioco almeno 1,3 milioni di barili al giorno di petrolio. Per farsi un’idea: più di quanto consumi un Paese come l’Italia.

I contiSe poi si fosse coerenti con l’ipotesi dei «due gradi» la diffusione di veicoli elettrici potrebbe addirittura cancellare 6 milioni di barili di petrolio al giorno (e la domanda mondiale oggi è pari a 96 milioni di barili). Addirittura, secondo Bank of America-Merrill Lynch, se la penetrazione dei veicoli elettrici raggiungesse un quarto delle vendite annuali allora il petrolio potrebbe raggiungere il «picco» di domanda nel 2025. Praticamente dopodomani per i tempi di investimento delle «major» e di tutto il settore petrolifero.

Un cambio di paradigma epocale, quello del «picco» di domanda. Fino a pochi anni fa erano stati gli stessi oilmen a scommettere sul contrario, cioè sul fatto che difficilmente l’offerta avrebbe potuto sostenere indefinitamente la domanda. Una paura – l’esaurimento del petrolio – che ha radici lontane. Secondo il Club di Roma, che nel 1970 commissionò al Mit di Boston il rapporto «I limiti dello sviluppo», il greggio sarebbe terminato nel 2022. Ma ancora prima, nel 1956, un ex geologo della Shell, Marion King Hubbert, aveva elaborato una teoria secondo la quale il punto massimo di produzione si sarebbe dovuto toccare tra il 1965 e il 1972. Un punto di svolta che i suoi seguaci (Colin Campbell e Jean Laherrère, che nel 1998 hanno pubblicato «The end of cheap oil») hanno spostato sempre più avanti nel tempo, prima al 2010 e poi ancora oltre.

Oggi, invece, tutto pare essere cambiato. Alla teoria del peak oil si sta sostituendo, appunto, quella del peak oil demand , e le uniche divergenze riguardano il momento in cui il punto più alto della curva a «campana» sarà toccato, e che forma prenderà il ramo discendente. Ha iniziato qualche settimana fa Simon Henry, cfo della Shell (la major anglo-olandese pare avere una particolare predilezione per il tema), a sostenere che il «picco» di domanda potrebbe essere raggiunto entro i prossimi 5-15 anni. L’ipotesi ha trovato spazio anche all’interno dell’Opec, il cartello dei produttori, che ha ammesso che la domanda di greggio potrebbe fermarsi nel 2029 a circa 101 milioni di barili al giorno se la comunità internazionale trovasse il modo di finanziare gli impegni alla riduzione di CO2 presi dai Paesi più poveri. Sulla stessa linea, ma più prudente, anche l’Iea, che fissa la svolta al 2040 perché ritiene che la difficoltà nel trovare alternative al greggio nel trasporto stradale pesante, nell’aviazione e nella petrolchimica compenserà i cali causati dall’auto elettrica.

Le conseguenze di questa rivoluzione non si possono però ancora valutare a pieno. Di certo i futuri scenari non riguarderanno solo le strategie delle compagnie petrolifere «tradizionali», ma avranno ripercussioni sullo stato finanziario dei Paesi produttori, che si dovranno preparare a un futuro meno roseo. Lo sta facendo addirittura l’Arabia Saudita con «Vision 2030», l’ambizioso progetto presentato dal principe Mohammed bin Salman proprio come piano per l’«indipendenza» dal petrolio. Il calo dei prezzi degli ultimi due anni ha peraltro già falcidiato gli incassi dei Paesi Opec: quasi dimezzati nel 2015 a 404 miliardi di dollari quest’anno dovrebbero scendere ancora a 341 miliardi. Cambierà anche la geografia della domanda, che si sposterà sempre più verso l’Asia: l’India sarà la prima fonte e la Cina nel 2030 sorpasserà gli Usa come maggior Paese consumatore di greggio.

Petrolio sempre più «nero» e sempre meno «oro», quindi? Certo, ma non è detta l’ultima parola. Il blocco degli investimenti nell’upstream degli ultimi due anni, dovuto alla guerra dei prezzi appena sospesa con il taglio della settimana scorsa, potrebbe tradursi in un’improvvisa carenza di petrolio nei prossimi anni. E il colpo di coda di «re» petrolio costare ancora parecchio caro.

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