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Sgravio flessibile per le perdite sui mini-crediti

Deducibilità delle perdite sui mini-crediti in cerca di flessibilità. Il termine dei sei mesi che spalanca le porte dello sgravio automatico non può “cristallizzare” l’esercizio fiscale di competenza limitando così la chance di utilizzo solo in quell’anno ma rappresenta un momento di partenza. Dal punto di vista contabile, invece, si può ipotizzare che la deduzione prescinda dalla tecnica adottata e quindi si possa procedere sebbene in bilancio il costo venga rilevato come mera svalutazione (anche parziale) senza stralcio del credito. Due interpretazioni che emergono sulla scorta dei quesiti giunti al forum di Telefisco 2013 e che – in attesa di chiarimenti ufficiali di prassi – sembrano più coerenti con lo spirito dell’articolo 101, comma 5, del Tuir, modificato dal Dl 83/2012.
In base alla nuova disciplina gli «elementi certi e precisi» richiesti per la deducibilità delle perdite su crediti sussistono per presunzione di legge quando:
– il credito è di modesta entità ed è scaduto da sei mesi;
– il diritto alla riscossione è prescritto;
– i soggetti Ias hanno cancellato crediti dal bilancio a seguito di eventi estintivi.
Ipotesi che si affiancano alle casistiche preesistenti di assoggettamento del debitore a procedure concorsuali, tra le quali sono oggi ricompresi gli accordi di ristrutturazione del debito (articolo 182-bis del Rd 267/ 1942). Anche per effetto della crisi economica, la fattispecie più ricorrente riguarda i crediti di modesta entità – i crediti di importo non superiore a 5mila euro per le grandi imprese (fatturato sopra i 100 milioni) e a 2.500 euro per le altre – in relazione ai quali è necessario risolvere diversi aspetti. Proviamo ad affrontare i principali.
L’arco temporale
Secondo un primo orientamento (al momento prevalente in dottrina) il decorso dei sei mesi dovrebbe rappresentare il momento a partire dal quale l’impresa creditrice, imputando la perdita a conto economico, ottiene il diritto alla deduzione. C’è poi una lettura alternativa, in base alla quale la nuova presunzione individuerebbe l’unico periodo di competenza fiscale per le perdite sui mini-crediti, per cui senza passaggio a perdita nell’esercizio in cui cadono i sei mesi si perderebbe la competenza fiscale della perdita. Questa seconda interpretazione presta il fianco a più di una perplessità e appare, quindi, non condivisibile per una serie di motivi. In primo luogo, le perdite su crediti di modesto importo (così come quelle verso debitori in procedura concorsuale) attengono pur sempre a fattispecie “valutative” che devono acquistare una competenza civilistica prima che fiscale. Pur introducendo una presunzione di certezza della perdita, la norma fiscale non può che rinviare l’effettiva determinazione temporale (e quantitativa) a una valutazione degli amministratori. Così il decorso dei sei mesi rappresenterà solo il dies a quo per rilevare la perdita in bilancio e ottenere il diritto alla deduzione. Sarebbe singolare che, decorsi sei mesi dalla scadenza, le perdite si possono considerare «certe» ma con l’ulteriore passare del tempo gli elementi di certezza, anziché aumentare, vengono meno.
L’indicazione
Anche sotto il profilo contabile emergono due possibili letture della norma. Secondo una prima tesi la deducibilità della perdita su crediti di modesta entità sarebbe legata alla rilevazione come «perdita» nel conto economico (voce B14), contabilizzazione cui è tipicamente associato lo stralcio contabile del credito. Secondo una diversa lettura, la norma agevolativa non sarebbe subordinata a una specifica rilevazione contabile, e pertanto, rientrerebbero nell’ambito applicativo della nuova disciplina anche le svalutazioni operate in bilancio (in voce B10D). Questa lettura, peraltro, era stata fatta propria dalle proposte di modifica all’articolo 101 (e 106) del Tuir, contenute in un emendamento alla legge di stabilità (legge 228/2012) che poi non è stato recepito nel testo finale del provvedimento. Sembra più in linea con lo spirito della disciplina consentire la deduzione della perdita fiscalmente «certa» – ma civilisticamente di tipo valutativo – a prescindere dalla tecnica contabile, quindi anche se in bilancio il costo viene rilevato quale mera svalutazione (anche parziale) senza stralcio del credito.
Tale impostazione andrebbe coordinata con l’articolo 106 del Tuir che prevede, per le imprese non finanziarie, una gestione delle svalutazioni per masse, nei limiti dello 0,5% del valore nominale dei crediti. Sarebbe quindi necessario escludere dal monte crediti, soggetto al limite dello 0,5%, i crediti di modesta entità scaduti da oltre sei mesi, le cui svalutazioni (fiscalmente trattate come perdite) dovrebbero confluire in un fondo rettificativo ad hoc.

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