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«Sgravi sui salari aziendali»

«Il Paese oggi è tra Scilla e Cariddi: da una parte il contenimento dei costi per tenere in equilibrio i conti pubblici, cosa che il Governo sta facendo bene, dall’altra la necessità di fare di più sul fronte della crescita senza poter ricorrere a stimoli di natura monetaria».
Presidente Abete, il problema è come si può fare crescita in un Paese indebitato come l’Italia.
Innanzitutto non con le ricette miracolistiche di chi parla di politiche keynesiane. Pensare che Monti, o chi governerà dopo di lui, possa aumentare la spesa pubblica non è solo irragionevole è del tutto irrealistico. Il precedente governo, con Silvio Berlusconi, ha preso un impegno che oggi è irreversibile: non solo il pareggio di bilancio nel 2013 ma la riduzione del rapporto debito/Pil del 3% l’anno per i prossimi anni. Quando si parla delle eventuali condizioni che una richiesta di aiuti all’Europa comporterebbe, non bisogna dimenticare che noi un vincolo europeo già l’abbiamo. E per nulla banale.
Eppure c’è già chi propone di tornare indietro sulla riforma delle pensioni o di cancellare l’Imu.
Appunto, questo non si potrà fare. Il tema della spending review, della riduzione della spesa pubblica, dovrà essere portato avanti anche nei prossimi anni.
Allora insisto: in considerazione di questi vincoli, come si fa un po’ di crescita?
Nei giorni scorsi Monti ha partecipato alla riunione del direttivo di Assonime. In quell’occasione ha rilanciato il tema della produttività, sollecitandoci a trovare un’intesa con il sindacato.
Lo chiede anche l’Unione europea.
È infatti un tema chiave. Ma va impostato nel modo corretto, se si vuole che si raggiungano risultati concreti nel confronto tra imprese e sindacati. Innanzitutto bisogna distinguere tra produttività di sistema e produttività di fabbrica. Sulla prima bisogna continuare a incalzare il governo perché produca risultati sul fronte della burocrazia, delle infrastrutture, della giustizia civile, della corruzione. Tutte cose utilissime, che però produrranno risultati in tempi medio-lunghi.
Il problema è cosa fare qui ed ora.
Ed ecco la mia proposta. È utile concentrarsi sulla produttività di fabbrica, ma tenendo conto però che in una fase recessiva il recupero di produttività potrebbe non tradursi in un aumento dell’occupazione né della domanda interna. E così sarebbe un flop.
Anche perché difficilmente i sindacati avallerebbero un’operazione senza un trade-off in termini di occupazione.
Infatti il tema è rilanciare insieme produttività, occupazione, investimenti e quindi domanda interna. Non possiamo accontentarci di una interpretazione teoretica: faccio più produttività oggi per poi avere più occupazione e quindi domanda. Rischiamo che le seconde due non arrivino mai. Il filo della crescita va allora dipanato, nel labirinto in cui siamo, unendo da subito le stanze della produttività, dell’occupazione, degli investimenti e della domanda interna.
Venga al dunque.
Serve una grande operazione di detassazione dei salari aziendali di produttività. Senza limiti di tempo e senza soglie retributive. In questo contesto economico occorre che le imprese rinuncino anche agli sgravi sugli straordinari, perché qui dobbiamo creare nuova occupazione. E solo un’operazione massiccia può dare garanzie sul fronte della domanda interna. La leva fiscale, come ha giustamente detto il presidente Squinzi anche oggi, è essenziale.
Ma il costo della sua proposta sarebbe elevato…
Il doppio o il triplo di quanto finora previsto comprendendo anche gli straordinari. Io dico fino a 3 miliardi. Perciò bisogna fare di più sulla spending review e bisogna concentrare su questo tutte le risorse che si liberano.
E i sindacati?
I benefici in termini di salario netto e di occupazione li aiuterebbero ad accettare la sostituzione del contratto nazionale con quello aziendale, anche per la parte economica. Ovviamente per chi non ha un contratto aziendale, continua a valere il nazionale. Attraverso gli sgravi fiscali sui salari, poi, è possibile risolvere alcuni dei problemi relativi all’attuazione delle riforme di Monti. A cominciare dai cosiddetti esodati, o meglio da quelli che hanno rinunciato volontariamente al lavoro sulla base delle vecchie regole.
Cosa c’entrano gli esodati?
C’entrano perché attraverso gli sgravi fiscali, che in questo caso potrebbero diventare ancora maggiori, tu puoi favorire, oltre all’assunzione dei giovani, il mantenimento di un part-time senza oneri contributivi per un lavoratore tra 63 e i 67 anni che oggi non può più andare in pensione. Come dire: con il costo di un lavoratore ne retribuisco uno e mezzo. Sempre sul fronte dell’occupazione e della domanda interna, poi, questa operazione andrebbe accompagnata con un assegno di disoccupazione e con più politiche attive anche per i lavoratori a tempo determinato.
Qui i problemi di copertura aumentano.
Perciò io dico che la spending review deve essere più ambiziosa. Va poi considerato l’effetto positivo sulle entrate fiscali della crescita.
Non abbiamo parlato di Fiat. L’intervento che lei propone può aiutare anche il Lingotto a credere di più nell’Italia?
Certo. Se ne avvantaggiano le Pmi e le grandi imprese, chi è iscritto a Confindustria e chi no. Mi sfuggono quali misure il Governo potrebbe adottare limitandosi alle imprese esportatrici. Questo invece è un intervento generalizzato, anche per chi esporta.
Se lei fosse Marchionne investirebbe in Italia?
È un po’ come la vecchia questione dell’uovo e della gallina. Vengono prima gli investimenti o il mercato? Bisogna investire quando c’è la domanda o bisogna farlo per creare, o almeno anticipare, il mercato. Sono due impostazioni legittime: culturalmente i manager preferiscono spesso la prima, gli imprenditori quasi sempre la seconda. La storia dimostrerà se in questo caso la scelta sarà stata la migliore.

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