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Sgravi a chi investe nelle pmi fino a 150 mila euro per tre anni

Canalizzare un po’ di risparmio delle famiglie verso l’economia reale. Spingere un pezzetto almeno dei 4.019 miliardi stipati dagli italiani in conti correnti, depositi, azioni, obbligazioni, portafogli gestiti, titoli di Stato verso le piccole e medie imprese. Così che possano tornare a crescere e a competere sul mercato interno ed estero. La misura del governo, messa a punto dal dicastero dello Sviluppo economico, è quasi pronta. I tecnici dell’Economia stanno verificando le coperture. La cabina di regia di Palazzo Chigi, sotto la guida del sottosegretario Tommaso Nannicini, conta di inserirla nell’ormai imminente decreto “finanza per la crescita”, affiancata ad altre misure per le imprese. Come gli sgravi per le quotate che investono in giovani start-up. O la tassazione crescente per le aziende: bassa in fase di decollo dell’attività, più alta poi.
La mossa però sul risparmio delle famiglie è la più audace. Il modello è quello francese, spiegano fonti ministeriali. Laddove tutte le pmi fino ad un miliardo di capitalizzazione possono offrire ai propri investitori l’esenzione totale da tassazione sui capital gain, interessi o dividendi, fino a un investimento massimo di 150 mila euro. In Italia lo sgravio non sarà così generoso, né le soglie così estese. Difficile arrivare ad azzerare la tassazione sulle rendite finanziarie, oggi al 26% (benché in questo caso i tecnici calcolano in 10 miliardi il possibile afflusso di nuovo capitale verso le imprese). Più probabile portarla almeno al 12,5%, il livello oggi applicato ai titoli di Stato. Sgravio o esenzione: in ogni caso dipenderà dalle risorse disponibili per la copertura.
Si pensa intanto di circoscrivere la platea interessata alle pmi di medie dimensioni, da 50 a 250-300 milioni di ricavi annui, lasciando il limite francese a 150 mila euro di investimento massimo. E di promuovere l’acquisto di bond aziendali soprattutto presso quelle famiglie che hanno già portafogli strutturati. In questo caso, una semplice gestione fiscale separata da parte delle banche consentirebbe di esentare del tutto dalle tasse questi investimenti oppure di colpirli con un’aliquota di favore. La norma va scritta con attenzione, cercando di evitare possibili fenomeni elusivi di eventuali holding a partecipazione familiare. E con buona probabilità prevederà un holding period di tre anni.
In pratica, una famiglia può acquistare bond aziendali per un massimo di 150 mila euro, senza pagarci tasse o ridotte al minimo, ma deve tenere il capitale investito per tre anni. Lo scopo è di evitare speculatori e ridurre anche il costo per l’erario. Furbetti astenersi, questo è l’investimento per chi vuole aiutare l’economia, sembra dire il governo.
D’altro canto, con tassi a zero e obbligazioni subordinate guardate a vista dopo il pasticcio delle quattro banche fallite e l’entrata in vigore del bail in, un canale di diversificazione potrebbe risultare appetibile, non si sa quanto percepito come sicuro. I dati Bankitalia del 29 aprile scorso ci ricordano che dei 4.019 miliardi di ricchezza familiare il 31% è nei conti di deposito e altrettanto nel risparmio gestito (circa 1.250 miliardi ciascuno). Il 24% in azioni, l’8% in obbligazioni, il 3% in titoli di Stato.
Sul fronte europeo, l’Italia intanto si prepara a incassare la pagella di Bruxelles sui conti il prossimo 18 maggio. La flessibilità chiesta da Roma dovrebbe essere concessa. Ma forse accompagnata da una raccomandazione sul debito.

Valentina Conte

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