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Sgravi imprese più efficaci sul Pil

Su un dato di fatto sono d’accordo tutti: un cuneo fiscale così elevato nuoce gravemente alla salute dell’economia italiana. L’Ocse calcola infatti che il tax wedge di un italiano senza figli con una retribuzione come quella media di un lavoratore dell’industria supera di 5,5 punti quello sopportato in media negli altri paesi dell’area dell’euro; ma la differenza sale a 7,5 punti percentuali nel caso di un lavoratore con coniuge e due figli a carico. Se poi si tiene conto anche dell’Irap, la differenza tra quel che paga il datore di lavoro e quello che viene incassato dal lavoratore sale dal 47,6 per cento al 49 per cento per il lavoratore single, secondo le stime della Banca d’Italia. Senonchè, come ricorda anche un recente studio realizzato da Prometeia, a parità di riduzione del cuneo fiscale, intervenire su una componente piuttosto che su un’altra ha effetti diversi e sotto vari profili. In primo luogo, spiega l’economista Stefania Tomasini, la riduzione dell’Irpef non riduce il costo del lavoro (se non come effetto di second round, indotto da un’eventuale, successiva minore spinta salariale) ma va ad aumentare, a parità di costo per il datore di lavoro, la retribuzione netta del lavoratore, con un effetto positivo sul reddito disponibile. Invece, la riduzione degli oneri sociali sostenuti dall’impresa e quella dell’Irap, a parità di retribuzione per il lavoratore, si trasferisce direttamente sul costo del lavoro e, nella misura in cui comporta una riduzione dei prezzi, fa aumentare la competitività dei prodotti italiani, sia sui mercati esteri che su quello interno: dunque sostiene l’export e rende più convenienti le produzioni nazionali anche sul mercato domestico. Quale dei due interventi ha un effetto maggiore in termini di aumento del Pil? Gli economisti del centro studi bolognese hanno provato, qualche tempo fa, a stimare il diverso impatto macroeconomico di una piccola sforbiciata (3 miliardi) del cuneo fiscale,(senza peraltro tener conto della questione tutt’altro che irrilevante della sua copertura) e hanno visto che l’effetto sul Pil e sull’occupazione sarebbe nel giro di due anni, rispettivamente pari a 3 decimi di punto percentuale se fosse attuata con una riduzione di oneri sociali per le imprese; sarebbe pari a 0,15% se l’intervento fosse realizzato attraverso una riduzione dell’Irap e soltanto di 0,09 punti percentuali se la riduzione riguardasse l’Irpef.
Per utilizzare questa simulazione in rapporto alle cifre di cui ha parlato il presidente del Consiglio Matteo Renzi, ovvero l’ipotizzato intervento di riduzione del cuneo fiscale da 9 -10 miliardi, dicono oggi a Prometeia, basta moltiplicare le valutazioni ottenute per tre: si avrebbe quindi un aumento del Pil che sfiora il punto percentuale se si agisse sugli oneri sociali a carico delle aziende. Si otterrebbe invece un incremento di circa mezzo punto di Pil se si intervenisse con una riduzione dell’Irap (che tuttavia abbraccia una platea di imprese più ampia perché comprende anche le aziende più piccole e i professionisti). Infine, si arriverebbe a un incremento pari soltanto allo 0,27% del Pil nell’arco di due anni se si agisse sull’Irpef.In quest’ultimo caso è però da considerare che,e si concentra tutto lo sgravio sui lavoratori a più basso reddito, cioè quelli che hanno una propensione al consumo più elevata, si potrebbero ottenere risultati migliori di questi, dicono gli esperti. Ma usare il condizionale è d’obbligo, perché il comportamento delle famiglie non è scontato: se prevale l’incertezza, si tende a risparmiare o a rimborsare i debiti più che a spendere.
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