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Sfuma il new deal delle Pmi

di Francesca Barbieri e Rosaria Reggio

Credito, incentivi e reti: il 2011 si preannunciava come l'anno del new deal delle piccole e medie imprese. I provvedimenti allo studio puntavano «a dare una risposta concreta – dichiarava il ministro dello Sviluppo economico Paolo Romani al Sole 24 Ore il 27 dicembre 2010 – alle esigenze delle Pmi, in primis per quanto riguarda la semplificazione burocratica, l'accesso al credito e la crescita della competitività attraverso la costituzione di reti». A due mesi e mezzo dalla fine dell'anno e con il decreto sviluppo "a costo zero" che fatica a vedere la luce, ci sono molte ombre sullo stato di attuazione dell'agenda.

Due grossi capitoli, come lo Statuto delle imprese e la riforma degli incentivi, procedono a passo di lumaca. Il primo, presentato nel settembre 2009 dall'onorevole Raffaello Vignali e approvato il 15 marzo scorso alla Camera approderà al Senato orfano di alcuni tasselli importanti, come la possibilità per le Pmi di compensare i crediti con la pubblica amministrazione. Passato dalla Commissione bilancio, il testo emendato è tornato in Commissione Industria ma si è scontrato con la crisi di governo. La scorsa settimana, infatti, l'esame si è fermato all'articolo 6 e, se dovesse continuare il braccio di ferro politico, i tempi potrebbero ulteriormente allungarsi. «Siamo fortemente interessati a velocizzare l'approvazione del testo – rassicura però Filippo Bubbico, Capogruppo Pd in Commissione Industria del Senato –, e solo impedimenti di natura tecnica potrebbero rallentare il provvedimento. Insomma, a meno che non venga formalizzata una crisi di Governo o si formi una nuova maggioranza, l'iter proseguirà velocemente con l'impegno di tutti».

In stand-by anche la riforma degli incentivi, che dovrebbe partire a febbraio 2012, con una grande corsia riservata alle Pmi, destinatarie di almeno il 60% degli incentivi automatici e valutativi: il condizionale è però d'obbligo visto che la delega al Governo – originariamente contenuta nella legge sviluppo del 2009 – per ridurre e semplificare gli aiuti alle imprese, ha subìto vari rinvii ed è ora confluita nello Statuto per le imprese.

A rischio anche gran parte della disponibilità del fondo di garanzia per il 2012, che dai 534 milioni previsti, ne potrebbe perdere 239. Incertezza anche sui risultati dell'allargamento dell'operatività dello stesso fondo, previsto a marzo, per la concessione della garanzia alle piccole imprese dell'indotto di grandi aziende in regime di amministrazione straordinaria. Le imprese in questa situazione sono circa 15mila, con 700 milioni di euro di credito nei confronti dei grandi gruppi in amministrazione straordinaria.

Sul fronte delle semplificazioni il risultato è eterogeneo. Ad esclusione dei Comuni più grandi e tecnologicamente meglio dotati lo Sportello unico telematico, che doveva mettere la parola fine alla segnalazione cartacea di inizio attività delle imprese non è realtà nazionale. Con due circolari, infatti, per i Comuni che non sono in grado di operare in modalità esclusivamente telematica è stato consentito l'utilizzo della modalità cartacea sine die. In più, il decreto che dovrebbe individuare le misure indispensabili per attuare sul territorio lo Sportello unico è ancora all'esame della Conferenza Unificata.

Sul fronte delle reti di imprese molto è stato fatto. Il contratto di rete, strumento snello e innovativo nato per favorire le aggregazioni, ha gia portato alla collaborazione più di 800 imprese che adesso lavorano in squadra. Ma la norma presenta alcuni limiti. «Dal punto di vista fiscale – spiega Fabrizio Cafaggi, professore di Diritto privato all'Università di Trento –, c'è il problema della non ammissibilità della fatturazione della rete. Sul profilo civilistico, invece, le limitazioni si riferiscono all'incertezza della norma sulla responsabilità patrimoniale oltre il fondo della rete. In sostanza, non è chiaro se le imprese sono tenute a intervenire con il proprio patrimonio nel caso in cui in fondo patrimoniale della rete non sia sufficiente. In più, manca una disciplina specifica sullo scioglimento della rete che definisca gli impegni post-contrattuali. Se, per esempio, un'aggregazione produce conoscenza, allo scioglimento della Rete questa non è tutelata da un diritto di proprietà».

Il cantiere è aperto anche sul fronte europeo: manca, infatti una disciplina ad hoc per le reti che aggregano imprese di Stati diversi, una barriera di fatto all'internazionalizzazione delle Pmi.
 

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