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Sfiorato il milione di posti persi

La pandemia ha mandato in fumo quasi 1 milione di posti di lavoro. Per la precisione, tra febbraio 2021 e febbraio 2020, si sono persi 945mila occupati, ha reso noto ieri l’Istat diffondendo le stime provvisorie, e riviste in base alle nuove regole Ue in vigore da gennaio, sul mercato del lavoro nei primi due mesi dell’anno. Il conto più salato è stato pagato dagli impieghi a tempo determinato diminuiti, nei 12 mesi, di ben 372mila posizioni. A seguire, è crollata l’occupazione indipendente, vale a dire autonomi e partite Iva, -355mila unità; e per la prima volta con il segno meno davanti troviamo anche i lavoratori permanenti (cioè gli assunti a tempo indeterminato), -218mila posizioni, nonostante il blocco generalizzato dei licenziamenti economici in vigore da oltre un anno (seppur con deroghe).

I dati Istat sul lavoro oltre a riflettere un quadro economico ancora ricco di incertezze, sono legati al cambiamento metodologico nelle rilevazioni imposto da un Regolamento Ue del 2019, secondo cui non è più considerato occupato un lavoratore assente dal lavoro da oltre tre mesi (a meno che non si tratti di maternità, malattia, part-time verticale, formazione pagata dal datore, congedo parentale retribuito, o non sia un lavoratore stagionale). In pratica, nei nuovi dati diffusi ieri dall’Istat un dipendente assente da oltre tre mesi che mantiene una retribuzione pari almeno al 50% (ad esempio, i cassaintegrati) è calcolato come non occupato, mentre fino a dicembre 2020 era classificato come occupato.

Rispetto a febbraio 2020 il tasso di occupazione è sceso di 2,2 punti, attestandosi al 56,5% (per le donne siamo addirittura al 47,7% – gli uomini sono quasi 20 punti sopra, al 65,3%). La perdita di 945mila occupati è concentrata poi sulle fasce centrali e giovanili del mercato del lavoro: gli under25 hanno perso, in un anno, 159mila posti, i 25-34enni hanno registrato un significativo -258mila occupati, e i 35-49enni hanno addirittura perso 427mila posizioni. Nei 12 mesi è lievitato il numero di inattivi, tra cui moltissimi scoraggiati: +717mila unità. Il numero di disoccupati è salito di 21mila unità. Il tasso di disoccupazione si è attestato al 10,2% mentre nell’area euro è stabile all’8,3% (peggio di noi solo Spagna e Grecia); tra gli under25 torniamo a superare la soglia psicologica del 30%, raggiungendo il 31,6% (+2,6 punti su febbraio 2020), e lontani anni luce dalla Germania ferma al 6,1% grazie al sistema di formazione duale che da noi, con fatica, si sta provando a rilanciare. «I giovani sono i più penalizzati in un mercato del lavoro fermo», ha chiosato Francesco Seghezzi, presidente di Fondazione Adapt.

Il punto, e la principale preoccupazione per il governo Draghi, è che dallo scorso autunno l’occupazione è in brusca frenata: -410mila posti tra settembre 2020 e gennaio 2021. Un piccolo segnale positivo, ha aggiunto l’Istat, è registrato nel mese di febbraio con l’occupazione sostanzialmente stabile rispetto a gennaio (+6mila unità). Ma ancora vi sono settori del terziario in forte sofferenza per l’emergenza Covid, commercio e turismo in primis, e la ripresa economica viaggia a singhiozzo (legata, a doppio filo, al piano vaccinale). Andrea Garnero, economista dell’Ocse, sottolinea che «con i vecchi dati tra febbraio e dicembre erano 425mila persone ad avere perso il lavoro, con i nuovi 767mila, con i vecchi dati la situazione era più o meno stabile da aprile, con i nuovi c’è un netto peggioramento dall’autunno». Il limite temporale dei tre mesi di assenza dal lavoro dopo il quale non si è più conteggiati tra le forze di lavoro per Confcommercio «ha spostato molti lavoratori in Cig e autonomi nell’inattività».

Per il sottosegretario al lavoro, Tiziana Nisini (Lega), «in una fase come questa vanno allargate le maglie della flessibilità concedendo ai lavoratori qualsiasi opportunità di lavoro subordinato, anche se a termine». Nisini ha avanzato tre proposte: «Ai contratti a tempo determinato stipulati durante la pandemia non computiamo i limiti di durata dell’articolo 19 del Dlgs 81/2015, in ogni caso la durata massima va estesa da 24 a 36 mesi per i contratti instaurati entro il 31 dicembre 2022. Sino al 31 dicembre 2021, poi, salvo proroghe, chiediamo di non applicare il contributo addizionale previsto per il rinnovo di contratti a termine. Queste norme devono riguardare anche la somministrazione». Da Anna Maria Bernini (Fi) a Debora Serracchiani (Pd) c’è «preoccupazione» e si chiede al governo di mettere al centro «lavoro e imprese». Preoccupazione espressa anche da Cgil, Cisl e Uil, che hanno incalzato Mario Draghi a «invertire subito rotta», con «investimenti e crescita».

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