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Sfide «Gli italiani per crescere devono venire in Piazza Affari»

Non dovrebbe funzionare solo negli Stati Uniti. In tutti i Paesi del mondo la Borsa può diventare un motore per la crescita delle singole aziende e del Paese in generale. Una storia che in Italia, fino ad oggi, non si può raccontare più di tanto. Abbiamo uno dei listini più piccoli d’Europa in termini di rapporto tra capitalizzazione e Pil e molti nomi del made in Italy di quotazione non vogliono sentir parlare.
Questione di mancanza di feeling che però, a sentire Raffaele Jerusalmi, amministratore delegato di Borsa italiana, potrebbe cambiare. Per ragioni generazionali e, magari, anche storiche. Se, per esempio, il ritorno di interesse che sta portando sul listino italiano frotte di investitori istituzionali provenienti da tutto il mondo non fosse un fuoco di paglia ma l’inizio di una tendenza, a qualche azienda in più potrebbe venir voglia di fare il grande salto.
A Wall Street, Facebook e le altre hanno utilizzato i soldi della quotazione in Borsa per fare acquisizioni importanti. Numeri così grandi da suscitare le critiche di chi teme una nuova bolla speculativa, anche se i parametri di valutazione per il momento sono ben diversi da quelli del Duemila. E da noi? Sempre tutto fermo?
«A prescindere da quale possa essere la soluzione scelta da un’azienda, l’importante è che le società italiane imparino a stare sui mercati finanziari per supportare i propri progetti di crescita e finanziare lo sviluppo. Mi vengono in mente, tra le tante, tre nomi di aziende quotate in Piazza Affari, non tecnologiche, che di recente sono cresciute moltissimo facendo acquisizioni: Luxottica, Tod’s e Campari. E l’ultimo accordo di Luxottica con Google per produrre occhiali ad alto contenuto tecnologico non è un acquisizione, ma non sarebbe stato possibile se il gruppo di Leonardo Del Vecchio non avesse avuto lo standard internazionale che la quotazione conferisce alle aziende».
Ma ci sono ancora tanti imprenditori che non ne vogliono sentir parlare e che, alla fine , preferiscono vendere. Spesso a un’azienda non italiana, come è successo negli ultimi tempi a molti marchi nazionali…
«Un retaggio culturale non si cambia in poco tempo. La diffidenza per il mercato nasce da preconcetti che tengono conto del ruolo che la Borsa può avere nel lungo periodo. Però qualcuno tra gli imprenditori di ultima generazione comincia ad accettare la sfida. Prendiamo Yoox: Federico Marchetti ha deciso che possedere una piccola fetta di una torta sempre più grande era meglio che tenersi stretta la maggioranza senza farla crescere. Oggi l’80% del flottante è collocato sul mercato e in pochissimo tempo la sua azienda è entrata nel Ftse Mib, l’indice delle società più capitalizzate di Piazza Affari».
Perché in Italia è più difficile che in altri paesi europei, lasciando stare quelli di cultura anglosassone?
«Una delle ragioni, non la sola, risiede forse nel fatto che la flessibilità, a partire dai contratti di lavoro, finora è stata concessa dall’organizzazione sociale e dal legislatore solo alle aziende piccole. Crescere oltre un certo livello significa dover garantire livelli occupazionali e assumersi diversi impegni che in molti casi non hanno certo funzionato da volano per la crescita».
E i costi? La burocrazia?
«Quotarsi a Milano costa più o meno come farlo a Francoforte o a Parigi. A Londra ci vuole il doppio. I tempi si sono sveltiti parecchio. Non sono questi i problemi che tengono gli imprenditori lontani dalla Borsa».
In questo momento Piazza Affari è tornata al centro dell’interesse. Tre mesi al 15%, però, non fanno primavera. Voi che cosa vedete?
«Come ho detto prima, gli imprenditori più giovani considerano la Borsa come un’opportunità. Non abbiamo ancora numeri precisi ma il 2014 potrebbe chiudersi anche con una quarantina di quotazioni tra listino principale, segmento Star e Aim Italia (ndr: il mercato delle piccole e medie ad accesso semplificato), il doppio di quelle che abbiamo avuto nel 2013. L’interesse dimostrata dalle oltre cento aziende che hanno intrapreso con noi il progetto Elite (training in vista di una possibile apertura del capitale ) dice che qualcosa sta cambiando.
E i big che vanno altrove? Prada in Cina, Fiat vola in America…
«Prada ha fatto una scelta: i conti finali diranno se vantaggiosa oppure no. Fiat ha fatto un’operazione straordinaria ed è giusto che si quoti anche là dove sarà la maggior parte del suo fatturato. In ogni caso resta anche qui. E poi vedremo. Pochi sanno che oltre l’80% dei volumi realizzati da Cnh, il titolo dove si è fusa Fiat industrial, vengono realizzati in Piazza Affari. Non a Wall Street».

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