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Sfida a Londra: “Europei residenti a vita”

Diritto a restare a vita nel Regno Unito per gli europei, frontiera hi-tech tra Ulster e Irlanda e assegno superiore ai 60 miliardi a carico di Londra. Unione europea e Gran Bretagna iniziano a fare sul serio nei negoziati sul divorzio. E anche sui futuri rapporti il gioco si fa duro: dopo l’addio Bruxelles non darà un passaporto collettivo agli operatori della City per lavorare in Europa. Non a caso infiamma la polemica, con Londra che definisce «pettegolezzi » le notizie di uno scontro tra Theresa May e Jean-Claude Juncker nella cena di mercoledì scorso. E la stessa May aggiunge: «Sarò durissima (“a bloody difficult woman”) nei negoziati sulla Brexit».
Sabato scorso i capi di Stato e di governo dei Ventisette hanno approvato le linee guida per il negoziato (già respinte dagli inglesi): prima l’intesa sull’addio che regoli i diritti dei cittadini Ue nel Regno, gestione dei confini e conto a carico di Londra per uscire dall’Unione. Solo dopo la definizione dei rapporti tra ex coniugi. Oggi Bruxelles entrerà nel dettaglio con la pubblicazione del mandato (il 22 maggio sarà confermato dai governi) per il capo negoziatore europeo, il francese Michel Barnier. Un testo di un paio di pagine più allegati che inizia a definire concretamente gli obiettivi Ue per il negoziato che partirà di fatto dopo il voto britannico dell’8 giugno.

Diritti
Sui cittadini il mandato di Barnier prevede che Downing Street conceda la residenza a vita a tutti coloro che risiedono nel Regno da almeno 5 anni. Per gli europei ci sarà tempo di maturare questo requisito temporale fino al giorno prima della Brexit (tra due anni circa). Londra invece sostiene che la tagliola è scattata lo scorso 29 marzo, giorno in cui ha formalmente chiesto di lasciare la Ue. Per gli europei la residenza a vita porta con sé una serie di diritti: previdenza sociale, libertà di circolazione e stabilimento all’interno del Paese, riconoscimento dei diplomi, diritto di impresa e alla casa.

Conto per Londra
C’è poi il conto per Londra, che sarà più salato dei 60 miliardi ipotizzati: gli europei chiedono a Barnier di portare a casa un accordo complessivo con tanto di scadenze per le tranche da pagare che comprenda tutti gli obblighi finanziari ai quali gli inglesi si sono impegnati fino alla scadenza del bilancio pluriennale Ue del 2020, i costi relativi alle conseguenze dirette della Brexit e quelli legati al trasferimento delle agenzie europee (Ema ed Eba) da Londra ad altre città dell’Unione.

Confine irlandese
C’è poi la questione del confine tra Irlanda e Ulster. Nessuno vuole tornare ad una vera frontiera temendo che riaccenda il conflitto a Belfast, ma gli europei esigono controlli. Per le persone il problema è facilmente risolvibile visto che Irlanda e Gran Bretagna non sono dentro a Schengen e quindi le autorità degli altri paesi Ue continueranno a chiedere i documenti ai viaggiatori in arrivo dall’isola. Sarà invece più complesso evitare che dal Regno attraverso l’Irlanda entrino in Europa merci e prodotti cinesi o americani senza controlli. Nel mandato non si fa cenno a possibili soluzioni, ma l’idea che circola a Bruxelles è di istituire una frontiera virtuale: disseminare sul territorio irlandese, non a ridosso del confine con l’Ulster, posti di dogana dove controllare le merci che passano la frontiera rintracciate anche attraverso la tecnologia.

City
L’obiettivo è chiudere il divorzio entro ottobre 2018 per dare tempo al Parlamento europeo di esprimersi prima della scadenza del negoziato (marzo 2019). Dopo si guarderà agli accordi per il futuro. Sin da ora però a Bruxelles circolano ipotesi che penalizzerebbero l’ex partner. Il dossier più incandescente è quello che riguarda la City di Londra: gli europei sono orientati a non concedere un passaporto di massa per tutte le banche ad operare nell’Unione, ma a darlo caso per caso, banca per banca e per ogni singolo prodotto finanziario, in base a una precisa lista di criteri. Infine la questione del “clearing” nel quale il ruolo della City è fondamentale visto che tre quarti delle transazioni sui derivati in euro passano da Londra (850 miliardi al giorno): probabilmente dopo la Brexit dovranno avvenire su territorio europeo.
Alberto D’Argenio

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