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Prima sfida da affrontare un’intesa rapida su Brexit

«Due anni? Nove mesi al massimo». Peter Watts, head of commercial practice, e Rachel Kent, responsabile dei servizi finanziari dello studio legale HoganLovells di Londra, fermano in una data senza appello la corsa che da oggi attende il prossimo governo britannico. La Brexit rimbalza in cima alle priorità del Regno, nonostante la sicurezza e la lotta al terrorismo abbiano dominato in queste giornate drammatiche, deragliando il senso più profondo di elezioni anticipate convocate con l’obiettivo di garantire una maggioranza solida all’esecutivo che tratterà a Bruxelles.
L’orologio scorre dalla fine di marzo tracciando un sentiero che non è ancora chiaro quando e dove dovrà interrompersi. Secondo Londra non prima della fine di marzo del 2019, al termine dei due anni previsti dall’articolo 50 del Trattato di Lisbona, per Michel Barnier responsabile ultimo della trattativa per conto della Commissione al più tardi nell’ottobre del 2018, in tempo, cioè, per consentire ai Ventisette di ratificare le intese.
Il calendario è già un primo motivo di irritazione, dunque, ma è un calendario che non tiene conto della realtà. Secondo Peter Watts e Rachel Kent, team leader della squadra Brexit di HoganLovells, il tema non è affatto la discussa dicotomia fra separazione hard e soft. L’aggettivo da attribuire al divorzio anglo-europeo, è smooth, ovvero si dovrà cercare un divorzio liscio-liscio, delicato abbastanza, insomma, per evitare traumi. «Per garantirsi un’uscita dolce – aggiungono i legali che agiscono come advisor anche all’industria finanziaria britannica – il tempo è molto meno del previsto. È necessario arrivare a un accordo di transizione, un’intesa quadro, entro la fine dell’anno al più tardi nel primo trimestre del 2018». Un accordo che rinvii l’esame dei dettagli specifici del round anglo-europeo, permettendo la gestione dei più complessi capitoli delle future relazioni con margini temporali ampi, ma in un quadro di certezza regolamentare.
La deadline indicata dai legali è tanto ravvicinata per una ragione semplice: l’industria, quella finanziaria in particolare, ha preparato da tempo i piani di “fuga”, ma attende l’ultimo minuto possibile per realizzarli. Il primo trimestre del 2018 è percepito come una scadenza naturale per capire la piega che prende la partita: senza un’intesa transitoria i più cominceranno a smobilitare per evitare la caduta nel vuoto regolamentare che si spalancherebbe in assenza di un accordo. L’idea che un “no deal” possa essere meglio di un “bad deal”, sostenuta dai Tory, è da sempre un artificio elettoralistico e pseudo-negoziale. Tutti sanno che è lo scenario peggiore. Per evitarlo è imperativo raggiungere un pre-accordo sui termini dell’uscita e delle future relazioni.
Gli ostacoli più immediati che minacciano di far saltare il tavolo sono due: il destino dei cittadini Ue residenti nel Regno Unito(e quello dei britannici residenti nei Ventisette) e la quantificazione dell’assegno che Londra dovrà pagare a Bruxelles. Il primo punto è relativamente agevole a meno che Londra non decida di legarlo al secondo. Se cioè ci fosse la sensazione che il destino degli europei è usato come merce di scambio per ridurre gli oneri finanziari che il Regno Unito dovrà sobbarcarsi, il negoziato potrebbe saltare ancora prima di cominciare. Londra ha un obiettivo dominante: tenere unita l’intera trattativa, saldando i termini della separazione con quelli delle future relazioni. I Ventisette, al contrario, sono pronti a parlare della relationship che verrà solo quando le condizioni dell’addio saranno state definite, anche se nulla potrebbe impedire a Londra di far saltare la prima metà dell’intesa raggiunta (la separazione) qualora non trovi un accordo sul futuro (nuove regole di partenariato).
È questo il primo passaggio–chiave del negoziato, che avrà una sorta di indiretto test-prologo il 13 giugno, quando la Commissione si esprimerà sulla localizzazione del clearing dei derivati in euro di cui Londra è capitale planetaria. Imporne la relocation nel continente come chiede la Bce complicherebbe enormemente la mano dei negoziatori fin dalle prime battute. E complicazioni imminenti se le attendono tutti. L’estate che verrà sarà fatta di scontri e riposizionamenti fra Londra e Bruxelles per rimettere sui binari la trattativa e imprimere una nuova accelerazione dopo le elezioni tedesche.
A dettare le regole per un’intesa transitoria come quella auspicata da HoganLovells, a quel punto, sarà il tempo assai più che la razionalità della trattativa. E il tempo passa soprattutto a Londra.

Leonardo Maisano

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