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Settimana del commercio con una durata flessibile

Con la firma del contratto del commercio siglato ieri da Confcommercio, Filcams Cgil, Fisascat Cisl e Uiltucs Uil che riguarda 3 milioni di addetti avranno un contratto quasi la metà dei lavoratori che secondo gli ultimi dati Istat erano in attesa di rinnovo. Il primo grande contratto siglato nel 2015 introduce la durata quadriennale – durerà fino al 31 dicembre 2017 – e prevede un aumento a regime di 85 euro. Ma soprattutto ricompatta il tavolo sindacale (la Cgil non ha siglato gli ultimi due rinnovi) e fa della flessibilità un fil rouge che «porta il contratto del commercio oltre il jobs act». Diversamente dal passato il contratto non riguarderà gli addetti di Federdistribuzione che prosegue nel negoziato con i sindacati autonomamente, per un contratto per la distribuzione moderna organizzata.
Questo rinnovo, come spiega il direttore generale di Confcommercio, Francesco Rivolta, è la dimostrazione «di quanto la cultura sindacale si sia evoluta dagli anni 2000 ad oggi. Siamo passati dagli accordi clonati dalla contrattazione storica, molto legata alla manifattura con un’organizzazione del lavoro standardizzata, localizzata, rigida e programmabile, a un accordo fortemente innovativo caratterizzato dalla flessibilità che per noi non è uno strumento di riduzione del costo del lavoro, ma un’esigenza vitale. Nelle imprese del commercio il Natale e la Pasqua non sono come novembre e giugno». Nei picchi di lavoro, la flessibilità oraria per il commercio è divenuta una questione organizzativa. «I sindacati con grande realismo sono stati capaci di mettere in campo insieme alle imprese strumenti che possano concorrere ad accompagnare il settore in questa difficile fase economica – continua Rivolta -. Questo contratto si rivolge al commercio ma anche ai servizi e a tutto il mondo del terziario. Nel nostro settore c’è una discontinuità di domanda data dalle festività, dal turismo o dalle promozioni. Con il nuovo contratto, senza ricorrere al lavoro straordinario le aziende potranno chiedere di lavorare fino a 44 ore alla settimana per 16 settimane, recuperando le ore in più prestate nell’arco di dodici mesi, quando l’azienda ha i periodi di attività meno intensa e ha meno bisogno di personale. Tutta questa flessibilità è a costo zero». Uno strumento innovativo sono anche le «norme del sottoinquadramento – aggiunge Rivolta -. L’azienda può assumere a tempo determinato alcune categorie di persone svantaggiate, come chi è disoccupato da 6 mesi. O chi ha concluso l’apprendistato senza essere stabilizzato oppure chi ha esaurito l’uso degli ammortizzatori. Queste categorie possono essere assunte per 12 mesi con 2 livelli inferiori. Se poi l’azienda ritiene di confermarle a tempo indeterminato, per 24 mesi può inquadrarle a un livello inferiore. Insomma siamo andati oltre il jobs act. Questi sono strumenti poderosi che rispondono ad esigenze organizzative dell’impresa ma anche ad esigenze di tutela sociale».
A questo si aggiunga la conferma di tutto l’impianto del welfare che «ha un valore sociale inestimabile – sostiene Rivolta – in un momento in cui lo stato si ritrae dall’erogare una serie di servizi che storicamente erano dati, come la sanità o la previdenza». Peraltro il welfare è uno dei temi su cui non è mai venuto meno il dialogo con la Cgil. Il segretario generale della Filcams Cgil Maria Grazia Gabrielli osserva che «la rilevanza della firma del contratto nazionale è data anche dalla grandezza della platea dei lavoratori rappresentati, e dal pacchetto salariale concordato, una risposta importante, per le condizioni del settore, in sofferenza da anni». Per il segretario generale della Uiltucs, Brunetto Boco «si tratta di un traguardo difficile e complesso che è stato raggiunto grazie alla determinazione del sindacato a utilizzare tutti i margini di manovra offerti dalla congiuntura». Nella ricerca della mediazione, spiega il segretario generale della Fisascat Cisl, Pierangelo Ranieri «è stato riconfermato il secondo livello di contrattazione confermando nel contempo la validità e la centralità del contratto nazionale».

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